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Come sempre sulla sua scrivania c’è la mazzetta dei giornali,
col manifesto in testa. Di fianco qualcuno ha messo qualche
rosa, rossa come le sue passioni. E come sempre tutt’intorno
la vita del giornale è rapsodica e rumorosa. Lui però non
c’è più.
Sabato 17 maggio è morto Luigi Pintor e il giornalismo
italiano ha un maestro di meno. Sono unanimi le opinioni dei
molti che in cinquant’anni di carriera hanno avuto occasione
di conoscerlo e lavorare con lui. Ma anche quelli che lo conoscevano
solo per averne letto i fondi, gli articoli, i libri non hanno
dubbi: da Pintor avevano tutti da imparare.
Teorizzava, lo vedremo, un giornalismo politico e polemico,
luogo di indistinzione tra fatti e opinioni. Idea discutibile
e discussa, da Pintor espressa con rara chiarezza.
Un certo stile
Luigi Pintor era prima di tutto un maestro di stile. A chi
gli domandava come scrivesse i suoi editoriali rispondeva:
“Prima scrivo, poi leggo e correggo, leggo e correggo. Dopo
sei volte di solito ho finito”. Amava la sintesi: “Limavo
i miei scritti stampati sul giornale… scoprendo che c’è sempre
una riga su tre di troppo”. E ancora, da amante della musica:
“Ho applicato alla scrittura le tecniche meticolose che di
solito si usano sul pianoforte”.
Rossana Rossanda, collega di una vita, ricorda che
Pintor le rimproverava di ignorare la sintesi e d’essere “asinissima
nella scrittura”. I più giovani, come Sandro Portelli o Gad
Lerner, ricordano quanta importanza desse a ogni singola
parola: “Ti faceva sentire, scrivendo o parlando, che le parole
sono fatti e che te ne devi prendere la responsabilità”.
Nitore della lingua e capacità di sintesi hanno reso Pintor
un artista dei titoli. Frasi diventate slogan, come “non
moriremo democristiani”, sono una sua invenzione. Nella
riunione delle 19, quando al manifesto si decide la prima
pagina, tra fumo e vociare brillava spesso il suo ingegno.
Ed ecco così “Il mitile ignoto” o “Istituzioni a delinquere”.
Ricorda Roberta Carlini, oggi vicedirettrice del giornale:
“Di questi tre aspetti – l’organizzazione, dunque la redazione,
l'idea, dunque la motivazione politica, e i fatti, dunque
la vera sostanza del giornale – Luigi Pintor ci trasmetteva
tutti i giorni […] la sua interpretazione”.
Le sei leggi di un giornale
Molti descrivono Pintor come ipercritico, pessimista
di natura, fin burbero. Diffidava – lui che aveva dedicato
molta della sua vita al manifesto – dell’utilità dei
giornali, “buoni solo per incartarci le patate”. Nel 1973,
a due anni dalla fondazione del giornale, Pintor scrive a
Rossanda. Ogni buon giornale, sostiene, deve avere sei leggi.
E aggiunge: il manifesto, per povertà di risorse e
d’organizzazione, non ne rispetta neanche una.
Le regole, si desume dalla lettera, sono queste:
- Il direttore deve dettare la linea
- La redazione dev’essere ampia e specializzata
- Ogni riga pubblicata su un giornale deve essere informazione.
Quindi anche i commenti devono avere contenuto informativo.
- Il giornale deve intrattenere il lettore, ossia essere polemico
più che costruttivo.
- Un quotidiano ha vita breve, perciò si deve proporre
di esercitare forti suggestioni ai lettori.
- Il margine d’errore di un giornale è molto alto. Per questo,
deve cercare l’efficacia più che la completezza, la fantasia
più che la precisione.
Sono, s’intende, regole valide per un tipo speciale di giornale: quello d’opinione.
Un luogo dove al limite, dice Pintor, sparisce la differenza
tra notizia e commento: “il commento è tale se in pari tempo
riferisce, informa e chiarisce e la notizia è tale se
[…] riflette, suggerisce e trasmette un giudizio”.
Ma fare un giornale di parte non significava in alcun modo rinunciare
alla qualità. Ricorda Stefano Menichini, per vent’anni al manifesto:
“La sintesi e la completezza. Il distacco e la passione. La
diversità e l’appartenenza. La cattiveria e la lucidità. Soprattutto,
la politica e il giornalismo. Come fare di un foglio
di carta stampata – “domani sarà buono per incartare il pesce”
– innanzi tutto un buon giornale, e per questo un duro strumento
di battaglia”.
Servabo
Nel 1991 Pintor pubblica un libro di memorie. Il titolo
è Servabo e Pintor lo spiega così: “Scritta sotto il
ritratto di un antenato mi colpì, quand'ero piccolissimo,
una misteriosa parola latina: servabo. Può voler dire conserverò,
terrò in serbo, terrò fede, o anche servirò, sarò utile”.
Nello stesso testo si trova anche questo passaggio, sinistramente
profetico: “La stupidità delle macchine che rallentano la
morte è peggiore della stupidità delle macchine che fingono
di allietarla, sebbene sia unica la loro filosofia.
Uno scrittore del secolo scorso racconta come i cani della
sua fattoria cessarono di abbaiare presentendo e annunciando
con il silenzio la morte del padre. Mi piacerebbe poter dire
di avere osservato almeno alla fine questo silenzio”.
Link esterni
La
lettera di Pintor a Rossanda
Intervista
a Luigi Pintor (richiede RealAudio)
L'ultimo
editoriale
(20 maggio 2003)
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