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I lavori di fine corso del biennio1998-2000
   
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Aveva fondato e diretto il manifesto, teorizzava un giornalismo polemico e politico

Luigi Pintor, morte di un maestro

Le opinioni, i ricordi, gli insegnamenti attraverso le testimonianze dei colleghi

di Giuseppe Marchetti

Luigi Pintor nella redazione del manifesto
La galleria di immagini

Come sempre sulla sua scrivania c’è la mazzetta dei giornali, col manifesto in testa. Di fianco qualcuno ha messo qualche rosa, rossa come le sue passioni. E come sempre tutt’intorno la vita del giornale è rapsodica e rumorosa. Lui però non c’è più.

Sabato 17 maggio è morto Luigi Pintor e il giornalismo italiano ha un maestro di meno. Sono unanimi le opinioni dei molti che in cinquant’anni di carriera hanno avuto occasione di conoscerlo e lavorare con lui. Ma anche quelli che lo conoscevano solo per averne letto i fondi, gli articoli, i libri non hanno dubbi: da Pintor avevano tutti da imparare.

Teorizzava, lo vedremo, un giornalismo politico e polemico, luogo di indistinzione tra fatti e opinioni. Idea discutibile e discussa, da Pintor espressa con rara chiarezza.


Un certo stile

Luigi Pintor era prima di tutto un maestro di stile. A chi gli domandava come scrivesse i suoi editoriali rispondeva: “Prima scrivo, poi leggo e correggo, leggo e correggo. Dopo sei volte di solito ho finito”. Amava la sintesi: “Limavo i miei scritti stampati sul giornale… scoprendo che c’è sempre una riga su tre di troppo”. E ancora, da amante della musica: “Ho applicato alla scrittura le tecniche meticolose che di solito si usano sul pianoforte”.

Rossana Rossanda, collega di una vita, ricorda che Pintor le rimproverava di ignorare la sintesi e d’essere “asinissima nella scrittura”. I più giovani, come Sandro Portelli o Gad Lerner, ricordano quanta importanza desse a ogni singola parola: “Ti faceva sentire, scrivendo o parlando, che le parole sono fatti e che te ne devi prendere la responsabilità”.

Nitore della lingua e capacità di sintesi hanno reso Pintor un artista dei titoli. Frasi diventate slogan, come “non moriremo democristiani”, sono una sua invenzione. Nella riunione delle 19, quando al manifesto si decide la prima pagina, tra fumo e vociare brillava spesso il suo ingegno. Ed ecco così “Il mitile ignoto” o “Istituzioni a delinquere”.

Ricorda Roberta Carlini, oggi vicedirettrice del giornale: “Di questi tre aspetti – l’organizzazione, dunque la redazione, l'idea, dunque la motivazione politica, e i fatti, dunque la vera sostanza del giornale – Luigi Pintor ci trasmetteva tutti i giorni […] la sua interpretazione”.

Le sei leggi di un giornale

Molti descrivono Pintor come ipercritico, pessimista di natura, fin burbero. Diffidava – lui che aveva dedicato molta della sua vita al manifesto – dell’utilità dei giornali, “buoni solo per incartarci le patate”. Nel 1973, a due anni dalla fondazione del giornale, Pintor scrive a Rossanda. Ogni buon giornale, sostiene, deve avere sei leggi. E aggiunge: il manifesto, per povertà di risorse e d’organizzazione, non ne rispetta neanche una.

Le regole, si desume dalla lettera, sono queste:

  1. Il direttore deve dettare la linea
  2. La redazione dev’essere ampia e specializzata
  3. Ogni riga pubblicata su un giornale deve essere informazione. Quindi anche i commenti devono avere contenuto informativo.
  4. Il giornale deve intrattenere il lettore, ossia essere polemico più che costruttivo.
  5. Un quotidiano ha vita breve, perciò si deve proporre di esercitare forti suggestioni ai lettori.
  6. Il margine d’errore di un giornale è molto alto. Per questo, deve cercare l’efficacia più che la completezza, la fantasia più che la precisione.
Sono, s’intende, regole valide per un tipo speciale di giornale: quello d’opinione. Un luogo dove al limite, dice Pintor, sparisce la differenza tra notizia e commento: “il commento è tale se in pari tempo riferisce, informa e chiarisce e la notizia è tale se […] riflette, suggerisce e trasmette un giudizio”.

Ma fare un giornale di parte non significava in alcun modo rinunciare alla qualità. Ricorda Stefano Menichini, per vent’anni al manifesto: “La sintesi e la completezza. Il distacco e la passione. La diversità e l’appartenenza. La cattiveria e la lucidità. Soprattutto, la politica e il giornalismo. Come fare di un foglio di carta stampata – “domani sarà buono per incartare il pesce” – innanzi tutto un buon giornale, e per questo un duro strumento di battaglia”.

Servabo

Nel 1991 Pintor pubblica un libro di memorie. Il titolo è Servabo e Pintor lo spiega così: “Scritta sotto il ritratto di un antenato mi colpì, quand'ero piccolissimo, una misteriosa parola latina: servabo. Può voler dire conserverò, terrò in serbo, terrò fede, o anche servirò, sarò utile”. Nello stesso testo si trova anche questo passaggio, sinistramente profetico: “La stupidità delle macchine che rallentano la morte è peggiore della stupidità delle macchine che fingono di allietarla, sebbene sia unica la loro filosofia.

Uno scrittore del secolo scorso racconta come i cani della sua fattoria cessarono di abbaiare presentendo e annunciando con il silenzio la morte del padre. Mi piacerebbe poter dire di avere osservato almeno alla fine questo silenzio”.

Link esterni

La lettera di Pintor a Rossanda
Intervista a Luigi Pintor (richiede RealAudio)
L'ultimo editoriale

(20 maggio 2003)

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