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I grandi dell'informazione. Ecco i motivi della crisi

La guerra non fa bene ai giornali

I quotidiani hanno coperto bene il conflitto, ma le copie non sono aumentate


di Elisa Esposito

"La guerra contro Saddam è stata coperta bene dai quotidiani". Questa l'opinione comune di firme illustri del giornalismo contemporaneo quali Paolo Gambescia, Paolo Franchi, David Sassoli ed altri. L'occasione: Orvieto, sabato scorso, durante la tavola rotonda organizzata per il Premio Barzini. Eppure, statistiche alla mano, la professionalità dimostrata dai giornalisti durante l'ultimo conflitto non ha portato a un aumento delle vendite dei giornali. Perché?

La concorrenza delle nuove forme di informazione

Sicuramente negli ultimi tempi i flussi informativi hanno subito cambiamenti sostanziali e il "vecchio" quotidiano ha dovuto sostenere la concorrenza di nuovi sistemi di comunicazione. La televisione ne è un esempio. Mentre nella prima guerra del Golfo c'era solo la Cnn che trasmetteva le immagini della guerra dalle terrazze di Bagdad, in questo conflitto un po' tutte le reti televisive hanno spedito sul posto i propri inviati. Ma non solo televisioni occidentali, questa volta anche la tv satellitare araba Al Jazeera ha seguito la guerra contribuendo a formare un'opinione pubblica araba. Il Pentagono, inoltre, ha coniato per l'occasione una nuova figura di giornalista "l'embedded", cioè l'inviato speciale che sta a fianco delle truppe per poter documentare meglio gli eventi. Rispetto a 12 anni fa questa è stata anche la guerra di internet. Con i suoi aggiornamenti rapidi e di agevole fruizione è stato uno degli strumenti più consultati. L'informazione sulla rete è passata anche attraverso l'ultima novità mediatica: i blog. Facili da creare (a un giornalista presente sul posto bastava avere un portatile e un telefono satellitare) hanno messo insieme commenti personali e informazione. Ma non basta. Questa guerra ha fatto anche i conti con il mondo della free press che nel precedente conflitto del Golfo non c'era. Giornali gratuiti come Metro, City o Leggo aumentano a vista d'occhio la loro diffusione.

Perché l'evento guerra non ha portato un'aumento di vendite dei giornali come ci si aspettava? Le risposte dei giornalisti intervenuti al Premio Barzini.

Mimmo Candito inviato speciale della Stampa
Mimmo Candito, pensa che sia la "deriva televisiva" la principale causa di crisi della carta stampata. "Se chiedessimo agli italiani - dice - come abbiano conosciuto la guerra, la maggior parte di loro risponderebbe: con la tv. Anche se il Corriere della sera o La Repubblica hanno realizzato dei servizi bellissimi, il 90% dell'informazione è passata e continua a passare attraverso la televisione. Ma di che tipo di informazione si tratta? Perché non c'è stato quell'aumento di copie dei giornali che ci si aspettava? Perché la guerra è stata trattata dalla tv come uno spettacolo e i giornali che hanno finito per adeguarsi a questo modello, hanno perso le loro caratteristiche di approfondimento della notizia. Il giornale sta rinunciando alla sua specificità che è la comunicazione riflessiva e l'approfondimento".

Paolo Gambescia direttore del Messaggero e Giovanni Valentini editorialista de La Repubblica
Paolo Gambescia e Giovanni Valentini, invece, sottolineano che la crisi della stampa è da collegare, forse, all'omologazione dell'informazione. "I giornali italiani - dice il direttore del Messaggero - hanno trattato bene la guerra. A parte qualche tentativo di spettacolarizzazione, sostanzialmente sono stati dei giornali di riflessione e di approfondimento. Secondo me, invece, un problema c'è nella stampa ed è quello della omologazione. Cioè il fatto che i giornali tendono a consultarsi tra di loro per paura di bucare la notizia e finiscono per diventare vetrine simili". "Effettivamente - continua Valentini - tendiamo a trascurare quella omologazione culturale che appiattisce l'offerta informativa. In Italia i principali mezzi di informazione sono concentrati nelle mani di pochi poteri forti e non ci sono alternative. La concentrazione delle risorse e soprattutto della risorsa pubblicitaria, impedisce ai gruppi piccoli di entrare nel mercato e a quelli medi di rimanervi. Questa chiusura pregiudica qualità e credibilità dei giornali".

Dennis Redmont corrispondente da Roma di Associated Press
Il corrispondente Dennis Redmont, invece parla di mancanza di credibilità dei giornalisti. "Quando ci si chiede perché il numero dei giornali sta diminuendo, penso che il problema sia lo stesso dalle due parti dell'Atlantico. Sia in America che in Italia la questione è la perdita di credibilità del giornalista".

Paolo Franchi editorialista del Corriere della Sera
Secondo Paolo Franchi i lettori sono diminuiti, ma anche migliorati, cioè quello perso per strada è il lettore marginale. E la responsabilità va cercata a monte. "Se dovessi dare un giudizio complessivo sulla stampa italiana e su quello che ha fatto durante la guerra, sarebbe un giudizio positivo. Ho riscoperto la funzione dell'inviato come colui che mi racconta con gli occhi suoi una realtà e me la fa vedere anche da un'angolatura particolare. E cito per tutti Bernardo Valli al mercato antiquario dei libri a Bagdad. Eppure i giornali non sono andati bene. Tutto ciò deve farci riflettere, non tanto su come abbiamo trattato la guerra, ma su quello che abbiamo fatto prima e durante. Solo così potremo spiegarci come mai un certo tipo di lettore, quando ha visto 10 pagine di approfondimento su Saddam, ha preferito leggere Metro in metropolitana".

Sullo stesso tema abbiamo sentito anche:

Federico Megna, responsabile dell'ufficio studi del Fieg (federazione italiana editori giornali) conferma che nel mese di marzo c'è stato un incremento minimo di vendite dei giornali: +0.4% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, mentre nel mese di aprile le statistiche sono tornate a calare: -0.3%. "La crisi nel settore della stampa c'è - dice - anche se, rispetto agli anni 90 la situazione è migliore, le vendite sono stazionarie, non ci sono aumenti, ma neanche bruschi cali. Certo, con la guerra si poteva sperare in un aumento di vendite che invece non c'è stato. Secondo me l'incremento di lettori che ci si aspettava è stato assorbito dagli altri mezzi di informazione come la tv, la radio o la free press".

Fabrizio Paladini direttore di Metro Italia: "La free press non ha tolto lettori ai quotidiani perché si rivolge ad un mercato diverso, a coloro che prima il giornale non lo leggevano comunque. Penso invece che siano fondamentalmente due le cause per cui la guerra non ha portato a un aumento di vendita dei quotidiani. Innanzi tutto perchè non è stato un evento improvviso. Il lettore preparato al fatto da mesi, anche grazie ad altri mezzi come la tv, alla fine si è assuefatto e ha perso interesse all'argomento. In secondo luogo perché spesso i quotidiani, soprattutto quelli di fascia media, sono di qualità scadente" .

Intervista a Federico Megna, responsabile della Fieg

Intervista a Fabrizio Paladini, direttore di Metro Italia


Link esterni:

Metro Italia

Fieg

 

 

(22 maggio 2003)

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