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I lavori di fine corso del biennio1998-2000
   
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In un'intervista da Kabul, la testimonianza del fotogiornalista Riccardo Venturi

Fotografando l'Afghanistan

"Il viaggio come fotoreporter è un viaggio attraverso sè stessi e dentro il mondo"

di Laura Cimino

Kandahar: marines americani controllano la città. Foto Riccardo Venturi

Con l'obiettivo ha fissato e raccontato le piaghe del mondo, l'Aids in Kenya, la prostituzione in Thailandia, la guerra in Kosovo, la morte, la dignità dei popoli africani. Firmando reportage da Etiopia, Sierra Leone, Rwanda, Somalia e Senegal. Nella descrizione della realtà non ha escluso le immagini di gioia, di liberazione, o i semplici momenti della vita quotidiana. Per i reportage in Afghanistan ha vinto il prestigioso premio World Press nel 1997. Riccardo Venturi, 37 anni, una vita passata e rischiata nei posti più "caldi" del mondo, sabato 24 maggio ha rilasciato via e-mail un'intervista al "Ducato on line". Oggi infatti è tornato nel suo Afghanistan, in un momento in cui gli equilibri politici continuano ad essere precari, e non si sa fino a che punto il governo instaurato controlli il paese, e quanto ancora conti il potere dei locali "signori della guerra". Fotoreporter per numerose testate tra cui Espresso, Repubblica, National Geographic, Le Nouvel Observateur e Time Magazine, oggi Venturi lavora per l'agenzia "Contrasto". Le immagini del suo reportage "Attraverso l'Afghanistan" sono in mostra fino al 22 giugno a Frascati, in una delle esposizioni dedicate al fotogiornalismo di guerra all'interno del Festival di Fotografia di Roma.

Dove si trova in questo momento?
Adesso sono a Kabul, sono appena tornato dalla valle del Panshir, che era la patria di Massoud, sto lavorando con un paio di giornalisti, uno scrive per l'Espresso, l'altro per Oggi. Da lunedì saremo a Khost, con gli alpini italiani che operano al confine con il Pakistan, si dorme in tenda con loro al campo.

Cosa sta vedendo in questi giorni in Afghanistan?
Kabul cambia, molto rapidamente, ogni giorno migliaia di profughi tornano a casa, anche se le case non ci sono più, sono in parte assistiti dalle agenzie umanitarie. Ma il loro contributo non riesce a fare fronte ai bisogni di questa massa disperata che affolla la città in cerca di un modo per sopravvivere. Le condizioni in cui versano sono molto difficili, sono stato alcuni giorni fa nella parte occidentale della città, che è ridotta (da molti anni) a un cumulo di macerie, una specie di Pompei dei nostri giorni. E proprio in quella zona si accampano come possono gli ultimi arrivati, rioccupando quello che rimane delle case della zona; è surreale vedere in che condizioni vivono.

E' un momento in cui l'allarme terrorismo è particolarmente alto. Si avverte stando lì? Che atmosfera c'è?
Sì, proprio due giorni fa c'è stato l' ennesimo 'incidente" di fronte all'ambasciata USA, sono rimasti sul campo quattro morti e tre feriti, a quanto pare le sentinelle di guardia all'ambasciata vedendo un movimento "sospetto" hanno aperto il fuoco, uccidendo dei soldati dell' esercito nazionale afgano, un errore che non aiuta di certo le relazioni tra occidentali e locali. Tutti qui mi parlano di una tensione crescente, ci sono stati negli ultimi mesi molti casi di violenza nei confronti degli occidentali, ma di fatto non si vede molto. E' più che altro una corrente sotterranea di malcontento che attraversa il paese. La morte in Afghanistan non è di certo un evento straordinario, ma un fatto quotidiano, di routine, a cui tutti, purtroppo, sono assuefatti.

Nota qualcosa di diverso rispetto ai suoi ultimi viaggi che ha fatto in Afghanistan?
Non molto direi, i cambiamenti in un paese come questo, che è rimasto di fatto ibernato per decine di anni, avvengono con estrema lentezza, se non si prende in considerazione Kabul, che essendo la capitale, si muove molto più velocemente che non il resto del paese. La pace comunque anche se localizzata e temporanea, crea quel minimo di speranza e di rilassatezza sconosciuta nei periodi più tragici del passato.

I suoi reportage sono dai posti più "caldi" e più poveri del mondo. Si è trovato a vivere esperienze particolarmente pericolose? Dopo tanti anni di attività, ha ancora paura?
Sì. O meglio sì e no... La paura fa bene, ti salva la vita, ti fa tenere alto il tuo livello di attenzione. Ma al tempo stesso è vero che esiste una assuefazione al pericolo, che ti rende un po' più immune dal sentimento della paura. Credo sinceramente che dal momento che si accetta un incarico in un paese in guerra, bisogna cercare di scendere il più possibile (ma vale anche per altre situazioni) al livello della gente comune, dei protagonisti della tua storia, in guerra si muore, per cui prima di venire in Afghanistan, bisognerebbe fare due conti con sé stessi, e capire se si è disposti anche alla più tragica delle eventualità. Purtroppo molti non prendono in considerazione questa ipotesi, e pretendono di lavorare in certe zone in assoluta sicurezza. Beh, non credo che sia l'atteggiamento più sano da adottare....in questo casa sarebbe meglio starsene a casa...

Quali sono le qualità principali che deve avere un fotogiornalista?
L'onestà, la perseveranza, la volontà di andare oltre la superficie delle cose, la pazienza, un po' di coraggio, studiare, leggere, parlare con tutti, amare l'umanità, il desiderio di capire, il rispetto dell'altro, la capacità di trasformarsi nell'altro, di condividere un'emozione.

Quale punto del mondo l'ha particolarmente appassionata?
Ogni viaggio ti regala un'esperienza, ma tra quelli più significativi metterei certamente la mia prima volta qui, l'incontro con la guerra nel 1996, la riflessione sulla morte, sulla precarietà dell'esistenza, sulla brutalità dell' assassinio, e in contrapposizione il mio primo viaggio africano, l'anno prima, due mesi con i bambini di strada in Kenya, il senso circolare della vita, l'armonia di questo ciclo, l'accettazione degli eventi, la semplicità del vivere, e la gioia di un pasto caldo e di una giornata di sole.

Tra le tante cose che non potrà dimenticare, mi racconta un'immagine, un ricordo?
Ricordo perfettamente ogni momento che sono riuscito a fissare sulla pellicola. E' la mia memoria, credo. Difficile scegliere uno di quei momenti....

Come ha iniziato la sua carriera?
Ho studiato in una scuola di fotografia (adesso sono diventato un professore, sig...!) per un paio d' anni, ai tempi il reportage non si insegnava ancora purtroppo, in seguito ho cominciato a lavorare per una piccolissima agenzia di news, e poi una lunghissima gavetta...

Il suo "equipaggiamento" di base? Lavora in analogico o in digitale?
Non lavoro molto in digitale, ma se serve...di solito porto un buon numero (3-4) macchine diverse, Nikon, Contax, Hasselblad, lavoro solo con ottiche corte, mi piace sentire l'odore dei soggetti che fotografo...

Quale consiglio si sente di dare ai giovani giornalisti che vorrebbero intraprendere la sua carriera?
Ai miei studenti all'inizio del corso dico sempre di cercarsi un altro mestiere....ma se proprio hanno deciso di "rovinarsi" la vita con le loro mani....allora, consiglio l'umiltà, è un mestiere difficile per quanto bello, consiglio a tutti i giovani reporter di essere spietati con sé stessi e con le proprie foto, di usare la testa, il cuore e il proprio istinto, devono superare i propri limiti come esseri umani, prima, e poi come fotografi....le strade che portano ad una buona foto sono lunghe e tortuose, ma la gioia che si riceve è immensa e compensa tutti i sacrifici che questa comporta...il viaggio come fotoreporter è un viaggio attraverso se stessi e dentro il mondo.

 

(27 maggio 2003)

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