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| Kandahar: marines americani
controllano la città. Foto Riccardo Venturi |
Con l'obiettivo ha fissato e raccontato le
piaghe del mondo, l'Aids in Kenya, la prostituzione in Thailandia,
la guerra in Kosovo, la morte, la dignità dei popoli africani.
Firmando reportage da Etiopia, Sierra Leone, Rwanda, Somalia
e Senegal. Nella descrizione della realtà non ha escluso le
immagini di gioia, di liberazione, o i semplici momenti della
vita quotidiana. Per i reportage in Afghanistan ha vinto il
prestigioso premio World Press nel 1997. Riccardo
Venturi, 37 anni, una vita passata e rischiata nei posti
più "caldi" del mondo, sabato 24 maggio ha rilasciato via
e-mail un'intervista al "Ducato on line". Oggi infatti è tornato
nel suo Afghanistan, in un momento in cui gli equilibri politici
continuano ad essere precari, e non si sa fino a che punto
il governo instaurato controlli il paese, e quanto ancora
conti il potere dei locali "signori della guerra". Fotoreporter
per numerose
testate tra cui Espresso, Repubblica, National Geographic,
Le Nouvel Observateur e Time Magazine, oggi Venturi lavora
per l'agenzia "Contrasto". Le immagini del suo reportage "Attraverso
l'Afghanistan" sono in mostra fino al 22 giugno a Frascati,
in una delle esposizioni dedicate al fotogiornalismo di guerra
all'interno del Festival
di Fotografia di Roma.
Dove si trova in questo momento?
Adesso sono a Kabul, sono appena tornato dalla valle del
Panshir, che era la patria di Massoud, sto lavorando con un
paio di giornalisti, uno scrive per l'Espresso, l'altro per
Oggi. Da lunedì saremo a Khost, con gli alpini italiani che
operano al confine con il Pakistan, si dorme in tenda con
loro al campo.
Cosa sta vedendo in questi giorni in Afghanistan?
Kabul cambia, molto rapidamente, ogni giorno migliaia di profughi
tornano a casa, anche se le case non ci sono più, sono in
parte assistiti dalle agenzie umanitarie. Ma il loro contributo
non riesce a fare fronte ai bisogni di questa massa disperata
che affolla la città in cerca di un modo per sopravvivere.
Le condizioni in cui versano sono molto difficili, sono stato
alcuni giorni fa nella parte occidentale della città, che
è ridotta (da molti anni) a un cumulo di macerie, una specie
di Pompei dei nostri giorni. E proprio in quella zona si accampano
come possono gli ultimi arrivati, rioccupando quello che rimane
delle case della zona; è surreale vedere in che condizioni
vivono.
E' un momento in cui l'allarme terrorismo è particolarmente
alto. Si avverte stando lì? Che atmosfera c'è?
Sì, proprio due giorni fa c'è stato l' ennesimo 'incidente"
di fronte all'ambasciata USA, sono rimasti sul campo quattro
morti e tre feriti, a quanto pare le sentinelle di guardia
all'ambasciata vedendo un movimento "sospetto" hanno aperto
il fuoco, uccidendo dei soldati dell' esercito nazionale afgano,
un errore che non aiuta di certo le relazioni tra occidentali
e locali. Tutti qui mi parlano di una tensione crescente,
ci sono stati negli ultimi mesi molti casi di violenza nei
confronti degli occidentali, ma di fatto non si vede molto.
E' più che altro una corrente sotterranea di malcontento che
attraversa il paese. La morte in Afghanistan non è di certo
un evento straordinario, ma un fatto quotidiano, di routine,
a cui tutti, purtroppo, sono assuefatti.
Nota qualcosa di diverso rispetto ai suoi ultimi viaggi
che ha fatto in Afghanistan?
Non molto direi, i cambiamenti in un paese come questo,
che è rimasto di fatto ibernato per decine di anni, avvengono
con estrema lentezza, se non si prende in considerazione Kabul,
che essendo la capitale, si muove molto più velocemente che
non il resto del paese. La pace comunque anche se localizzata
e temporanea, crea quel minimo di speranza e di rilassatezza
sconosciuta nei periodi più tragici del passato.
I suoi reportage sono dai posti più "caldi" e più poveri
del mondo. Si è trovato a vivere esperienze particolarmente
pericolose? Dopo tanti anni di attività, ha ancora paura?
Sì. O meglio sì e no... La paura fa bene, ti salva la
vita, ti fa tenere alto il tuo livello di attenzione. Ma al
tempo stesso è vero che esiste una assuefazione al pericolo,
che ti rende un po' più immune dal sentimento della paura.
Credo sinceramente che dal momento che si accetta un incarico
in un paese in guerra, bisogna cercare di scendere il più
possibile (ma vale anche per altre situazioni) al livello
della gente comune, dei protagonisti della tua storia, in
guerra si muore, per cui prima di venire in Afghanistan, bisognerebbe
fare due conti con sé stessi, e capire se si è disposti anche
alla più tragica delle eventualità. Purtroppo molti non prendono
in considerazione questa ipotesi, e pretendono di lavorare
in certe zone in assoluta sicurezza. Beh, non credo che sia
l'atteggiamento più sano da adottare....in questo casa sarebbe
meglio starsene a casa...
Quali sono le qualità principali che deve avere un fotogiornalista?
L'onestà, la perseveranza, la volontà di andare oltre
la superficie delle cose, la pazienza, un po' di coraggio,
studiare, leggere, parlare con tutti, amare l'umanità, il
desiderio di capire, il rispetto dell'altro, la capacità di
trasformarsi nell'altro, di condividere un'emozione.
Quale punto del mondo l'ha particolarmente appassionata?
Ogni viaggio ti regala un'esperienza, ma tra quelli più significativi
metterei certamente la mia prima volta qui, l'incontro con
la guerra nel 1996, la riflessione sulla morte, sulla precarietà
dell'esistenza, sulla brutalità dell' assassinio, e in contrapposizione
il mio primo viaggio africano, l'anno prima, due mesi con
i bambini di strada in Kenya, il senso circolare della vita,
l'armonia di questo ciclo, l'accettazione degli eventi, la
semplicità del vivere, e la gioia di un pasto caldo e di una
giornata di sole.
Tra le tante cose che non potrà dimenticare, mi racconta
un'immagine, un ricordo?
Ricordo perfettamente ogni momento che sono riuscito a fissare
sulla pellicola. E' la mia memoria, credo. Difficile scegliere
uno di quei momenti....
Come ha iniziato la sua carriera?
Ho studiato in una scuola di fotografia (adesso sono diventato
un professore, sig...!) per un paio d' anni, ai tempi il reportage
non si insegnava ancora purtroppo, in seguito ho cominciato
a lavorare per una piccolissima agenzia di news, e poi una
lunghissima gavetta...
Il suo "equipaggiamento" di base? Lavora in analogico
o in digitale?
Non lavoro molto in digitale, ma se serve...di solito
porto un buon numero (3-4) macchine diverse, Nikon, Contax,
Hasselblad, lavoro solo con ottiche corte, mi piace sentire
l'odore dei soggetti che fotografo...
Quale consiglio si sente di dare ai giovani giornalisti
che vorrebbero intraprendere la sua carriera?
Ai miei studenti all'inizio del corso dico sempre di cercarsi
un altro mestiere....ma se proprio hanno deciso di "rovinarsi"
la vita con le loro mani....allora, consiglio l'umiltà, è
un mestiere difficile per quanto bello, consiglio a tutti
i giovani reporter di essere spietati con sé stessi e con
le proprie foto, di usare la testa, il cuore e il proprio
istinto, devono superare i propri limiti come esseri umani,
prima, e poi come fotografi....le strade che portano ad una
buona foto sono lunghe e tortuose, ma la gioia che si riceve
è immensa e compensa tutti i sacrifici che questa comporta...il
viaggio come fotoreporter è un viaggio attraverso se stessi
e dentro il mondo.
(27 maggio 2003)
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