| Denudato,
preso a schiaffi dalle guardie, rinchiuso in un container.
Roman Ladu è un clandestino rumeno: la sua storia è
simile a quella di tanti immigrati detenuti nel centro di
accoglienza in via Corelli a Milano nel 2000. Roman Ladu però
sa che presto uscirà da lì e che tutti leggeranno
quella storia. Roman Ladu in realtà è Fabrizio
Gatti, giornalista del Corriere della Sera. Pochi giorni fa
è stato condannato per quel caso a venti giorni di
reclusione. Riviviamo insieme a lui l’intera vicenda.
“I detenuti spesso telefonavano, denunciavano
stupri e abusi, ma era impossibile far uscire all’esterno
quello che succedeva lì dentro”.
Il Centro di permanenza di via Corelli, nato nel 1990, ospita
oltre un centinaio di immigrati in attesa di essere espulsi.
A cavallo tra il ’99 e il 2000 diversi segnali fanno
pensare che i detenuti siano trattati in maniera disumana.
Ma nessuno può entrare, neanche giornalisti e deputati.
“Quando qualcuno impedisce le verifiche mi insospettisco
subito” denuncia Gatti. Gli viene un’idea per
entrare comunque al centro Corelli.
“Sono un giornalista, ho il diritto di
vedere. Fabrizio Gatti non può entrare, Roman Ladu
sì”.
Il direttore Ferruccio De Bortoli e il capocronista Giangiacomo
Schiavi approvano la sua idea. Nel gennaio del 2000 dalle
porte del Corriere esce un barbone che comincia a chiedere
l’elemosina. La pattuglia che lo perquisisce trova nella
sua tasca un biglietto con un nome, chiedono: “Sei tu
Roman Ladu?”. Con un cenno del capo il giornalista diventa
un clandestino rumeno.
“Una menzogna? Era l’unico modo per
entrare. Non mi piace lavorare in questo modo, ma a volte
non ci sono alternative”.
La pattuglia lo accompagna alla questura di Lodi dove viene
percosso, denudato, perquisito corporalmente e obbligato a
firmare dichiarazioni in cui attestava di chiamarsi Roman
Ladu e rinunciava a farsi assistere. Viene rilasciato sei
ore più tardi con un decreto di espulsione. Quindici
giorni di tempo per uscire dall’Italia. Pena: l’internamento
in via Corelli. Circostanza che si verifica in quanto Roman
si fa volutamente sorprendere a Monza.
“Ho subito sulla mie pelle quello che succede
agli altri clandestini. Loro però non hanno alle spalle
un grande giornale e nessuno può sentirli”.
Nelle camerate di via Corelli trova materassi sporchi e urine
nel pavimento. Dopo 24 ore Gatti dichiara la sua vera identità
ed esce. Il 6 e 8 febbraio il Corriere pubblica due suoi articoli.
Un mese dopo il centro chiude per “ristrutturazione”
per riaprire a novembre. Il 5 maggio 2004 però è
il giornalista a pagare: il giudice di Lodi lo condanna a
20 giorni di reclusione.
“Dentro la questura di Lodi sono stato
aggredito, ma nessuno è stato indagato. Invece chi
osa ficcare il naso viene condannato. Questa è la nostra
libertà d’informazione”.
La sentenza sorprende Gatti: “Il Pm aveva chiesto solo
200 euro di multa per 'falsa dichiarazione' (art. 496 c.p.)
e aveva riconosciuto il motivo e il valore del mio lavoro”.
Il giudice ha invece sanzionato la 'falsa attestazione' (art.
495 c.p.) fatta alla questura di Lodi, anche se Gatti ha firmato
la dichiarazione “solo sotto la minaccia di altre percosse”.
Il suo avvocato Caterina Malavenda non si preoccupa: “Il
giudice ha valutato qeul reato più importante del diritto
garantito dell’art.51 che tutela i giornalisti nella
loro attività. Ma questo è confutabile in appello”.
In ogni caso Gatti non rischia il carcere perché era
incensurato.
“Prima
o poi in carcere ci finisco davvero. Domani mattina rifarei
la stessa cosa a rischio di qualunque condanna. Non possono
chiudere gli occhi ai giornalisti. Se i media abdicano al
loro ruolo siamo in pericolo: l’opinione pubblica rimarrebbe
esclusa dal gioco di chi è al potere. Mi oppongo, come
giornalista e come persona”.
Le reazioni dei giornalisti dopo la condanna di Gatti
(11 maggio 2004)
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