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I lavori di fine corso del biennio1998-2000
   
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Fabrizio Gatti, giornalista del Corriere, racconta la storia del servizio "clandestino"

Prigioniero per la libertà d'informazione

Nel 2000 si finse immigrato per entrare in un centro d'accoglienza. Condannato

di Sandro Foschi

Denudato, preso a schiaffi dalle guardie, rinchiuso in un container. Roman Ladu è un clandestino rumeno: la sua storia è simile a quella di tanti immigrati detenuti nel centro di accoglienza in via Corelli a Milano nel 2000. Roman Ladu però sa che presto uscirà da lì e che tutti leggeranno quella storia. Roman Ladu in realtà è Fabrizio Gatti, giornalista del Corriere della Sera. Pochi giorni fa è stato condannato per quel caso a venti giorni di reclusione. Riviviamo insieme a lui l’intera vicenda.

“I detenuti spesso telefonavano, denunciavano stupri e abusi, ma era impossibile far uscire all’esterno quello che succedeva lì dentro”.
Il Centro di permanenza di via Corelli, nato nel 1990, ospita oltre un centinaio di immigrati in attesa di essere espulsi. A cavallo tra il ’99 e il 2000 diversi segnali fanno pensare che i detenuti siano trattati in maniera disumana. Ma nessuno può entrare, neanche giornalisti e deputati. “Quando qualcuno impedisce le verifiche mi insospettisco subito” denuncia Gatti. Gli viene un’idea per entrare comunque al centro Corelli.

“Sono un giornalista, ho il diritto di vedere. Fabrizio Gatti non può entrare, Roman Ladu sì”.
Il direttore Ferruccio De Bortoli e il capocronista Giangiacomo Schiavi approvano la sua idea. Nel gennaio del 2000 dalle porte del Corriere esce un barbone che comincia a chiedere l’elemosina. La pattuglia che lo perquisisce trova nella sua tasca un biglietto con un nome, chiedono: “Sei tu Roman Ladu?”. Con un cenno del capo il giornalista diventa un clandestino rumeno.

“Una menzogna? Era l’unico modo per entrare. Non mi piace lavorare in questo modo, ma a volte non ci sono alternative”.
La pattuglia lo accompagna alla questura di Lodi dove viene percosso, denudato, perquisito corporalmente e obbligato a firmare dichiarazioni in cui attestava di chiamarsi Roman Ladu e rinunciava a farsi assistere. Viene rilasciato sei ore più tardi con un decreto di espulsione. Quindici giorni di tempo per uscire dall’Italia. Pena: l’internamento in via Corelli. Circostanza che si verifica in quanto Roman si fa volutamente sorprendere a Monza.

“Ho subito sulla mie pelle quello che succede agli altri clandestini. Loro però non hanno alle spalle un grande giornale e nessuno può sentirli”.
Nelle camerate di via Corelli trova materassi sporchi e urine nel pavimento. Dopo 24 ore Gatti dichiara la sua vera identità ed esce. Il 6 e 8 febbraio il Corriere pubblica due suoi articoli. Un mese dopo il centro chiude per “ristrutturazione” per riaprire a novembre. Il 5 maggio 2004 però è il giornalista a pagare: il giudice di Lodi lo condanna a 20 giorni di reclusione.

“Dentro la questura di Lodi sono stato aggredito, ma nessuno è stato indagato. Invece chi osa ficcare il naso viene condannato. Questa è la nostra libertà d’informazione”.
La sentenza sorprende Gatti: “Il Pm aveva chiesto solo 200 euro di multa per 'falsa dichiarazione' (art. 496 c.p.) e aveva riconosciuto il motivo e il valore del mio lavoro”. Il giudice ha invece sanzionato la 'falsa attestazione' (art. 495 c.p.) fatta alla questura di Lodi, anche se Gatti ha firmato la dichiarazione “solo sotto la minaccia di altre percosse”. Il suo avvocato Caterina Malavenda non si preoccupa: “Il giudice ha valutato qeul reato più importante del diritto garantito dell’art.51 che tutela i giornalisti nella loro attività. Ma questo è confutabile in appello”. In ogni caso Gatti non rischia il carcere perché era incensurato.

“Prima o poi in carcere ci finisco davvero. Domani mattina rifarei la stessa cosa a rischio di qualunque condanna. Non possono chiudere gli occhi ai giornalisti. Se i media abdicano al loro ruolo siamo in pericolo: l’opinione pubblica rimarrebbe esclusa dal gioco di chi è al potere. Mi oppongo, come giornalista e come persona”.


Le reazioni dei giornalisti dopo la condanna di Gatti

(11 maggio 2004)

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