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Mario Adinolfi, neodirettore di Mediaquotidiano, dice la sua sulla "guerra dei media"

"Raccontare i raccontatori"

Capire perché nell'arco di 24 ore, giornali e telegiornali titolano in modo opposto le stesse notizie

di Valentina Campus

Sergio Romano qualche giorno fa l’ha chiamata “contabilità dell’orrore”.
Un fiume di immagini che ritraggono detenuti iracheni umiliati e torturati da giovani soldati e soldatesse che sorridono davanti all’obiettivo.
Un guerrigliero iracheno tiene per i capelli la testa di Nicholas Berg, decapitato. Come un trofeo. La sua esecuzione è stata ripresa in diretta e si trova facilmente su internet.

E poi il caso dell’intervista alla vedova del maresciallo Bruno, morto a Nassirya. E i giornalisti che entrano in politica. Mai come in questo periodo forse, i media sono stati così sotto pressione, così protagonisti, così faziosi. Esiste ancora un giornalismo imparziale? Un giornalismo che racconta invece di commentare. Che fa da guardia al potere politico e non da sevo?

Lo abbiamo chiesto a Mario Adinolfi, 32 anni, direttore del neonato Mediaquotidiano, in edicola dal 13 maggio, che ha l’obiettivo di raccontare quello che succede attraverso le parole e le immagini scelte da quotidiani e telegiornali e capire il perché di quella scelta. Capitale iniziale minimo: 500 mila euro, “messi insieme da una decina di amici imprenditori”, come ha dichiarato lo stesso neodirettore in un’intervista. L’ambizione è quella di un giornale imparziale e indipendente, nonostante le dichiarate preferenze politiche del suo direttore. Adinolfi infatti ha fondato un movimento che si chiamava "democrazia diretta", meglio noto come il partito di Internet. Ha iniziato a scrivere per "Il Popolo", quotidiano della Dc, di cui è stato dirigente del movimento giovanile, e ha aderito al Partito popolare. Lasciato il Ppi si è candidato come sindaco di Roma alle comunali del 2001, con una sua lista di giovani che ha successivamente appoggiato Veltroni. Oggi Adinolfi ha aderito ad Alleanza popolare, il partito neodemocristiano fondato da Martinazzoli e Mastella. Adinolfi è già direttore del mensile Mediajob, edito da Gruppo Media, specializzato in comunicazione e tutto ciò che la circonda: giornalismo, fotografia, cinema…

Cosa ne pensa della “contrapposizione di immagini”, come l’ha chiamata Sergio Romano, di torture e sgozzamenti che portano ad un lato, e a seconda del proprio punto di vista, ad assolvere il comportamento degli americani oppure a giustificare quello dei terroristi?

Lo stesso giorno del commento di Romano abbiamo aperto con il titolo “Torturati contro decapitati”, che ci sembrava il più azzeccato. Il problema è : si può strumentalizzare l’immagine per portare acqua al proprio mulino? Questo è il nuovo elemento della guerra mediatica. Da un lato si usa l’immagine del torturato per avvalorare la posizione del ritiro, dall’altro quella del decapitato per invigorire l’idea della guerra di civiltà.

Secondo lei, come si dovrebbe comportare un giornalista?

Ogni giornalista sceglie di comportarsi come vuole. Il problema non è censurare, io sono contrario alla censura, ma è non strumentalizzare. Io posso anche accettare l’idea di Giuliano Ferrara di mettere la foto del guerrigliero che tiene in mano la testa decapitata di Nicholas Berg, ma non posso accettare che sia usata per perseguire scopi politici. I media devono raccontare e ognuno sceglie come farlo, ma se il racconto è finalizzato alla strumentalizzazione politica io non ci sto più.

Lei come distingue la strumentalizzazione dall’informazione?

Il giornalismo anglosassone ci offre un grande insegnamento: fatti distinti dalle opinioni. Se usiamo un’immagine lo facciamo per raccontare un fatto. Se la foto è però immediatamente collegata al commento e alla feroce, in qualche caso, presa di posizione politica allora si crea una commistione che il giornalismo italiano dovrebbe immediatamente interrompere. Io penso, ed è quello che scrivo sul giornale, che giornalismo e politica devono restare in ambiti separati. Poi ognuno ha le sue idee, io ho le mie e sono note a chi mi conosce, ma quando faccio il giornalista prende il sopravvento la voglia di raccontare un fatto ai miei lettori.

L’esecuzione di Berg ripresa e trasmessa poi su Internet. Fin dove arriva il diritto di cronaca secondo lei?

Su Mediaquotidiano abbiamo affrontato il problema con un titolo molto netto: “La spudoratezza del web e il pudore delle tv”. La televisione si rivolge inevitabilmente a un pubblico molto ampio, anche a famiglie e bambini. Io ho una figlia di 7 anni e se all’ora del telegiornale fosse passato il video della decapitazione di Berg mi sarei trovato in grande difficoltà. Sono convinto che le televisioni abbiano fatto una scelta giusta. Il web sta sperimentando dal canto suo, anche attraverso questi video, forme di informazione interessanti. E’ un luogo dove si può forzare la mano perché il pubblico dell’online si va a cercare direttamente la fonte, non la subisce come nel caso televisivo. Bisogna saper declinare i messaggi a seconda dei mezzi. Il passo in più da fare è chiedersi: su quale mezzo passerà quell’immagine? Io sono convinto che in televisione quel video, come quello che immortala l’esecuzione di Quattrocchi, non debba andare. Sui giornali secondo me, lo strumento principe è la parola, bisogna dibattere con le parole, con la descrizione dei fatti e con le idee. L’immagine sono un supporto all’utilizzo della parola. Cito la bibbia: “In principio era il verbo”.

Lei ha detto che Mediaquotidiano racconterà i fatti attraverso le lenti dei mezzi di comunicazione e cercherà di spiegarne i meccanismi. Significa che vorrà smascherare eventuali manipolazioni, funzionare come un osservatorio sull’informazione?

Non usiamo la parola “smascherare”. Va bene la definizione “osservatorio”. Noi siamo una lente d’ingrandimento su quello che accade. Quando mettiamo l’una accanto all’altra le titolazioni dei telegiornali, facciamo un servizio, credo utile, per spiegare come ognuno titola in maniera diversa a seconda delle proprie inclinazioni. E questo in Italia è piuttosto diffuso. Nell’arco di 24 ore si trovano titolazioni opposte dello stesso fatto. La nostra è una lettura critica dei telegiornali, quotidiani e della stampa straniera. Ma soprattutto è un giornale che racconta i fatti usando questa lente, che secondo noi è decisiva, per comprendere perché quello che percepiamo è quello che ci viene raccontato. Se raccontiamo i raccontatori abbiamo l’elemento in più che ci aiuta a capire.

Secondo lei la gente riesce a cogliere la differenza tra le diverse fonti d’informazione?

Credo di no, ed è per questo che facciamo questo lavoro, e cerchiamo di farlo nel modo più chiaro possibile, senza usare toni accademici o specialistici. La grande novità è che le persone possono accedere direttamente alle fonti saltando gli intermediari.

Lei che ha espresso pubblicamente le sue idee politiche, come riesce a scrivere in modo imparziale?

Prima di tutto non bisogna fingere di non avere idee. Evitare l’ipocrisia della obiettività assoluta. Io ho sempre proclamato le mie idee politiche ma ho anche sempre fatto il giornalista. La gente sa come la penso ma sa anche che io teorizzo assolutamente la distinzione tra fatti e opinioni. Chi legge Mediaquotidiano e non conosce Mario Adinolfi non può arrivare a capire chi vota Mario Adinolfi.

Come si arriva all'imparzialità?

Distaccandosi. Ci vuole buon senso e intelligenza, il distacco in termini di interesse. Le idee politiche si esprimono come cittadini al momento di votare. Ma quando scrivo, il mio obiettivo è quello di essere astratto dalle mie opinioni personali. Il tentativo viene agevolato da un elemento fondamentale: avere accanto persone che la pensano diversamente. L’uno controlla e media l’altro. L’uno discute con l’altro. Se invece si fanno le redazioni omogenee si rischia si fare giornali di partito. La prima lezione è non fare gruppi che siano uniformi o della “stessa parrocchia”, perché in quel caso il giornale perde di credibilità.

Elezioni. Siete usciti il 13 maggio, in pieno clima elettorale. Come garantirete, se lo farete, la par condicio?

Nei nostri primi tre numero abbiamo intervistato tre politici di posizioni diverse: Marco Pannella, il ministro per l'Innovazione e le tecnologie Lucio Stanca e Antonio Di Pietro. Chi teorizza la difficoltà di un’informazione pluralistica cerca solo di giustificarsi. Fare giornalismo significa disegnare un arcobaleno di opinioni e sensibilità all’interno della redazione e sulle pagine del giornale. Il problema è a chi si chiede l’opinione. Bisogna dare spazio e voce a tutti.

(17 maggio 2004)

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