| Mai più
pubblicità mascherata da articolo. I pezzi da novanta
del giornalismo italiano sono finiti nel mirino dell’Ordine.
Prima è partito l’ammonimento al caporedattore
del dorso Economia del Corriere della Sera per quattro casi
sospetti di commistione tra pubblicità e informazione;
dopo è stata la volta dell’intemerata
di Franco Abruzzo a redazioni di quotidiani, riviste,
tg e gr. Il presidente dell'ordine dei giornalisti lombardo
traccia una linea di confine tra giornalismo e pubblicità.
Cosa succede in Italia
Rivista maschile: pubblicità dell’ultima auto
uscita sul mercato; accanto, un articolo spiega perché
non ci si può privare di quel gioiellino.
Giornalismo o marchetta?
Settimanale per signore: proposte d’abbigliamento per
la stagione primavera-estate. Lo stivaletto rosso in fotografia
è accompagnato da un breve articolo che indica il prezzo
di listino e l’indirizzo della boutique dove strapparlo
all’amica più modaiola.
Il giornalista si è fatto i comodi suoi, dell’inserzionista
o del lettore?
I lombardi alla prima crociata
“Nel nostro lavoro non esistono zone d’ombra”,
spiega Abruzzo. “Il confine tra un buon giornalista
– continua - e un giornalista inginocchiato davanti
a lobby di potere e inserzionisti si vede dalla sua responsabilità”.
Chi sta violando il rapporto di “fiducia tra la stampa
e i lettori”, sa bene di avere la coda di paglia.
L’Ordine lombardo ha già portato il Corriere
della Sera di fronte a un giudice e non ha intenzione
di fermarsi lì: "Ci muoveremo ogni volta - precisa
Abruzzo - che ci capiterà sotto gli occhi una contiguità
sospetta tra pezzo di giornale e pubblicità".
Il gota del giornalismo periodico milanese trema e organizza
in questi giorni comitati di vigilanza. Basterà?
D'ora in poi
Il redattore può rifiutarsi di scrivere un redazionale;
se decide di redigerlo, deve esigere che sia indicato come
messaggio promozionale. Prestarsi alla pubblicità,
insomma, non è peccato, ma bisogna chiarire al lettore
di che si tratta per non creare fraintendimenti. Lo stabilisce
l’Ordine nella lettera inviata qualche giorno fa ai
giornali, lo ribadisce a parole Franco Abruzzo. Ma che succede
quando l’autore è un giornalista compiacente?
O quando il redattore è costretto a uniformarsi a regole
imposte dall’alto? Scatta la responsabilità dei
capi.
“Non vengano a raccontare storie: le agenzie di marketing
contattano direttamente loro per mettersi d’accordo
sulle inserzioni”. Li conosce bene, i direttori dei
giornali, Franco Abruzzo, che infila una sequela di articoli
del codice penale e del contratto
giornalistico per spiegare che “i direttori sono
garanti della correttezza e della qualità dell’informazione
anche per quanto attiene il rapporto tra testo e pubblicità”.
La pubblicità – precisa l’articolo 44 del
contratto - deve essere individuabile come tale e distinta
dai testi giornalistici. Il caporedattore o il direttore del
giornale di turno che si giustificano candidamente: “Mica
so quale pubblicità sarà affiancata agli articoli
del mio giornale!”, stanno solo mentendo.
(8 marzo 2004)
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