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Il direttore del Messaggero: "Non basta la legge. Ascolto la mia etica e la coscienza"

Quando la foto fa vero giornalismo?

Minori, suicidi e altre immagini "pericolose". Regole, e non solo, per la pubblicazione

di Elisa Esposito

"Quarto salto mortale: dolore alla New York University”. Si apriva con questo titolo la prima pagina del New York Post, il 10 marzo scorso. A fianco la foto di una corpo sospeso in aria mentre precipita da un palazzo. E più in basso quella di una ragazza bruna durante un allenamento di atletica. E’Diana Chien, 19 anni, studentessa universitaria alla New York University. Si è suicidata lanciandosi dalla finestra dell’appartamento del suo fidanzato.
La scelta del quotidiano popolare americano di pubblicare la foto di una suicida ha scatenato le critiche di molti giornalisti. Barry Gross, responsabile del desk ha risposto così: “Foto come queste sono di gran lunga meglio degli scatti in posa di personaggi pubblici che spesso oggi passano per foto giornalismo. Avevamo una buona storia, il quarto suicidio di uno studente della New York University dall’inizio dell’anno accademico e una bella foto di accompagnamento. E’ chiaro che dovevamo usarla”.

E’ il tipico problema del fotogiornalismo. Una immagine molto spesso riesce a dire più di tante parole. Si può ricordare il fumo nero che usciva dalle torri gemelle, o i corpi sfigurati dei figli di Saddam Hussein. La statua del dittatore iracheno obliqua, mentre precipitava portandosi dietro il vecchio regime. Ma ci sono tanti altri scatti che hanno fatto storia: i corpi degli agenti della scorta di Aldo Moro trivellati dai colpi. I feriti e i cadaveri di giovani studenti in piazza Tien’ammen. Però se con le parole di un articolo si può dire e non dire, si possono usare le forme giuste per non offendere, per dare un messaggio in modo più diplomatico, con le foto non è possibile. O pubblichi o cestini. E spesso la decisione è difficile da prendere soprattutto se ci sono scatti di minori, di morti o immagini oscene. Al giornalista tocca scegliere. Ci sono le leggi e il codice deontologico, ma non bastano. Si devono fare i conti anche con l’etica da una parte e le ragioni di opportunità dall’altra.

Paolo Gambescia, direttore del Messaggero
“Le foto non sono tutte uguali. Quando mi trovo a scegliere se pubblicare o no una immagine – spiega Paolo Gambescia, direttore del Messaggero – mi comporto secondo la mia coscienza. Violare, violentare l’intimità di una persona non appartiene alla mia etica né alla linea di questo giornale”. Afferma con convinzione che i minori non li pubblica. Dei suicidi, se non sono fatti clamorosi, ma attengono solo a scelte drammatiche e individuali, non dà nemmeno la notizia. “Per quanto riguarda il caso del New York Post – aggiunge – io avrei pubblicato la foto del corpo che cade perché la notizia c’era e poi, non essendo identificabile, non lede la dignità di nessuno. Non avrei invece pubblicato la faccia della ragazza, né le sue generalità. Questi particolari non aggiungono niente al fatto di cronaca. Alimentano solo la curiosità morbosa del lettore”. Il direttore ammette che ci possono essere delle “tentazioni” rispetto a foto “forti” come quelle che vengono dai fronti di guerra. “La mia preoccupazione, in questi casi, è che non si riconoscano le vittime e che non siano macabre. La pubblicazione di foto a effetto anche se potrebbe aumentare momentaneamente la tiratura del giornale finirebbe poi per svilirne l’immagine”.

Carlo Melzi D’Eril, avvocato dello studio Bovio di Milano
“Le regole sulla pubblicazione delle foto sono quelle del Codice in materia di dati personali (decreto legislativo n.196 del 30 giugno 2003 che ha abrogato la precedente legge sulla privacy n. 675 del 1996) – spiega l’avvocato - integrato con gli articoli del Codice deontologico sul trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica”. La fotografia di una persona, infatti, è una informazione che permette di identificarla e se un giornale la pubblica può rischiare di ledere la sua riservatezza. Deve quindi rispettare i limiti del diritto di cronaca (art.137 codice in materia di dati personali). “In poche parole – cerca di semplificare – una foto deve rappresentare una notizia vera, che interessi la comunità, ma soprattutto deve essere essenziale per dare una certa informazione ai lettori”. Secondo lui per la legislazione italiana la scelta del New York Post sarebbe stata lecita. Il problema, eventualmente, è come il giornalista sia venuto in possesso di quella foto. L’articolo 2 del codice deontologico, infatti, impone un dovere di lealtà nella raccolta dei dati personali.

Foto "pericolose” da pubblicare

L'articolo del 10 marzo scorso sul sito del New York Post

 

(24 marzo 2004)

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