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Dalle
moschee, ai veli, al terrorismo: mai come dall’undici
settembre sui giornali italiani torna e ritorna la parola
Islam. Ma con quale precisione e con quale connotazione? Khaled
Fuoad Allam, docente all'università di Trieste e all'università
di Urbino, è anche editorialista per La Repubblica.
“Solo pubblicista”, dice lui. Non un giornalista
insomma, ma un uomo di studio che cerca di offrire approfondimenti
e diverse chiavi di lettura nella giungla di cronache che
conquistano i giornali.
Secondo lei, i media italiani trasmettono
un’immagine generica o negativa dell’Islam?
Spesso i giornali hanno forse un approccio alla questione
troppo legato ad un vecchio immaginario collettivo. Ripropongono
un’immagine del mondo arabo più semplice, meno
diversificata di quel che è nella realtà. Tuttavia
negli ultimi dieci anni siamo passati da un giornalismo decisamente
superficiale ad uno più pertinente, se non proprio
scientifico. Sicuramente i giornali stranieri hanno più
qualità in questo senso. Dipende poi molto dalla formazione
del giornalista, ciascuno ha una sua specializzazione.
E il suo giornale, La Repubblica?
La Repubblica, lo dico sempre, è un “pronto
soccorso”. Nel senso che a volte mi chiamano alle dieci
e mezzo di sera e mi chiedono un articolo entro mezz’ora.
Apprezzo però il fatto che sia rimasto un giornale
giovane, con i pregi e i difetti che questo comporta. Anche
utilizzando contributi esterni, La Repubblica tenta
di approfondire, di proporre più punti di vista.
Khaled Fouad Allam
è algerino, nato nel 1955 vicino al confine con
la Tunisia, da madre siriana e padre marocchino. Ha
studiato diritto e sociologia politica, in Algeria e
in Francia. E’ stato esperto presso il Consiglio
d'Europa sull'immigrazione e le nuove cittadinanze.
Dal ‘94 insegna sociologia del mondo musulmano,
storia e istituzioni dei paesi islamici all'università
di Trieste e islamistica all'università di Urbino.
E’ membro dell'esecutivo nazionale dei Verdi.
Collabora con La Repubblica. L’ultimo
libro pubblicato: L’Islam globale, Rizzoli,
2002
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Quali sono le banalità o gli
errori sull’Islam che si leggono più spesso sui
giornali?
La differenza tra sciiti e sunniti, lentamente, pare che l’abbiano
capita tutti.
Più grave è il fatto che, anche a seguito delle
forti tensioni internazionali (l’undici settembre e
ora anche l’undici marzo) prevalga l’immagine
di un Islam politico e integralista. Sono trascurate invece,
da una parte il disagio degli immigrati nel nostro paese e,
dall’altra, la storia e la cultura islamica. Sulle pagine
dei giornali è spesso “dimenticata” una
civiltà importante, che ha interessato parti diverse
del mondo: dall’India all’Asia, i Balcani, come
la Spagna e la Sicilia. I fatti, più che nell’intreccio
di memoria e storia, vengono letti troppo spesso nella unica
chiave ideologica dei rapporti di potere.
Ad esempio, è un errore o un’imprecisione
anche antropologica dire che gli arabi, popolazione semita,
siano antisemiti?
Qui entra in gioco uno spostamento del senso. Ossia, è
vero che gli arabi sono partecipi del mondo semita, ma è
anche vero che si è sviluppato un approccio politico
di tipo “antisemita” nei confronti degli ebrei.
Si può parlare cioè di un nuovo antisemitismo
arabo.
Ci sono questioni, come quella del velo,
che hanno avuto grande risonanza nei media italiani e europei.
Ma meritava così tanto spazio, magari a scapito di
altri problemi più pesanti o scomodi legati all’immigrazione?
La questione del velo torna ogni qual volta c’è
una crisi. E’ importante perché fa riflettere
su quale sia il posto dell’Islam nello spazio pubblico
europeo. E rende evidente che la risposta svedese, ad esempio,
è inevitabilmente diversa da quella francese o da quella
italiana. Anche in questo caso, il compito del giornalista
sarebbe quello di spiegare i più vari motivi che possono
spingere una ragazza a portare il velo. Offrire cioè
una griglia di lettura diversificata.
E invece?
E invece spesso la stampa è prigioniera della velocità
nel suo approccio agli eventi. La tv ha lo stesso problema,
e la tecnologia lo rende ancora più stringente. Il
giornalista non ha tempo cioè di guadagnare la distanza
critica per comprendere gli eventi. Finisce per dare una visione
caotica del mondo e della storia.
Quali sono le difficoltà che
lei incontra nel raccontare agli italiani l’Islam?
Ci sono due problemi principali: uno che il mondo non è
semplice, mentre spesso ne viene sottovalutata la complessità;
in secondo luogo, si tratta anche di trovare il linguaggio
adatto per dare delle immagini di un mondo che sfugge. E poi
bisogna tenere conto che chi legge può avere le più
diverse basi culturali, può essere laureato, ma anche
no, e tutti devono essere in grado di capire. In sintesi,
penso che il giornalista sia un traduttore.
(2 aprile 2004)
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