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La storia e gli ultimi dati del primo editore italiano che guarda ai non italiani

Il mercato dello straniero

Cingalese, arabo e tagalog: la stampa per stranieri arriva già a 275 mila copie. E mira a crescere

di Anna Bressanin

Una tiratura di 275 mila copie, poco più de il Resto del Carlino, poco meno de Il Giornale: i giornali in lingua dedicati agli stranieri in Italia, per cingalesi, come per filippini o cinesi, parlano sia di permessi di soggiorno, che di notizie dei paesi d’origine o di cronaca locale nel cuore delle comunità. In tutto sono 30 testate, ma agli stranieri sono rivolti anche 70 programmi radio e 11 trasmissioni tv; è quanto emerge da un’indagine dell’osservatorio media etnici della Isi Etnocomunication, proprietaria di “Stranieri in Italia”, il primo editore italiano nel settore, con 15 testate già affermate sul mercato, più una appena nata in lingua polacca, Nasz Swiat, “nostro mondo”.

La storia di “Stranieri in Italia” è iniziata 3 anni fa, sviluppandosi dall’incontro di due realtà: una sociale, quella di alcuni mediatori culturali che aiutavano gli stranieri a districarsi nella giungla della burocrazia, e una finanziaria, la Angelo Costa Spa, partner italiano della multinazionale americana Western Union, leader mondiale nel trasferimento di denaro.
Ora le redazioni, ciascuna con un referente del paese di origine e vari collaboratori esterni, producono giornali di 24 pagine, con una tiratura dalle 10 mila alle 20 mila copie; sono soprattutto le comunità più grandi, latino-americane, arabe e africane, a fare il massimo delle tirature. I periodici Nur e Al Maghrebiya stampano 20 mila copie. Alla comunità cinese sono dedicate 4 testate, per un totale 53 mila copie; solo 5 o 6 mila ne fanno invece i quindicinali pakistani e cingalesi.

I NUMERI DI RADIO E TV
I programmi radio per stranieri vanno in onda su 33 emittenti regionali e 2 nazionali. Musica e news sono gli argomenti più trattati, con 15 programmi ciascuno. Seguono i programmi culturali e quelli che trattano di immigrazione e legge. Le lingue più parlate sono spagnolo e francese, ma ci sono anche programmi in tagalog (lingua di maggioranza parlata nelle Filippine), cingalese, portoghese, rumeno e polacco.
Anche per i programmi tv (trasmessi da 2 reti nazionali, 7 regionali e una satellitare) le lingua più parlate sono il francese e il portoghese, ma ci sono anche un programma in cinese, uno in arabo e uno in ucraino. Tra le più viste, Telenorba, dedicata alla comunità albanese in Puglia.

Programmi radio e tv sembrano invece avere meno fortuna: il tg multietnico di Roma, ad esempio, ha chiuso i battenti dopo due anni per mancanza di fondi. Anche Radio Popolare di Milano ha concluso tre anni fa l’esperimento di Radio Shabi (“popolare” in arabo), nata verso la metà degli anni 80. “Aveva un bacino d’ascolto troppo ristretto” spiega Massimo Rebotti, direttore delle news dell’emittente milanese. “Non facciamo più programmi per una comunità o per un’altra – continua – ma più generalmente per stranieri, in italiano, magari con qualche estratto in lingua”. Ma ci sono anche altre iniziative, come seguire in diretta le finali di Coppa d’Africa tra Tunisia e Marocco, con un conduttore tunisino, uno marocchino e un inviato nelle comunità cittadine che stanno seguendo la partita in tv. Oppure un “festival di Sanremo” in cui a cantare le canzoni italiane sono a volte un signore della Costa d’Avorio, a volte uno del Senegal o una signora rumena: una trasmissione che ha avuto successo negli anni scorsi, e che va in onda anche quest’anno.

Ma gli stranieri in Italia, 2 milioni e mezzo di persone, secondo un’indagine della Geoconsulting, la divisione di marketing del gruppo Carat, saranno un nuovo bacino non solo per la stampa, con un raddoppiamento delle copie previsto per i prossimi 50 anni. “Sono un target importante per la pubblicità” conferma Gianluca Luciano, amministratore di Stranieri in Italia, anche se per ora non ne hanno tanta; se ne interessano per lo più le compagnie telefoniche, come la Omnitel, o chi organizza corsi professionali, come la Cepu. “Le imprese che vogliono raggiungere gli stranieri – dice tuttavia Luciano - trovano nei giornali etnici la via più breve: prima di tutto per la lingua, ma non solo; questi giornali sono in buona parte fatti di consigli e guide pratiche, perciò instaurano un rapporto di fiducia con i lettori, che rende efficace la pubblicità. Diventano un pezzo della comunità”.

Il futuro di questo tipo di editoria? Secondo Luciano, anche chi trova lavoro e impara bene la lingua, li preferirà alla stampa italiana. “Negli Stati Uniti – sostiene – non sono scomparsi i giornali degli emigranti italiani. Solamente, ora sono in inglese”. Secondo lui, questo non sarebbe indice di una mancata integrazione, contrariamente a quanti pensano che continuare a leggere la gazzetta in tagalog invece del Corriere della Sera, voglia dire, in qualche modo, continuare ad essere “stranieri” in Italia.

(18 marzo 2004)

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