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Non poteva trovare un accomodamento tra le parti in tempi
brevi, il muro contro muro che oppone il consiglio di amministrazione
della Rai al Ministro delle
Comunicazioni Gasparri. Il pomo della discordia: la vendita
del 49% di Raiway, la società
che gestisce gli impianti di diffusione e trasmissione della
tv di stato, alla texana Crown Castle Il 26 ottobre, ad accordo
raggiunto, con il "business plan" già formulato, è arrivato
il "no" del ministro che ha bloccato l'intera operazione considerandola
una "svendita" e ritenendola non conforme ai patti parasociali.
Decisione che ha suscitato un vespaio di polemiche e l'insurrezione
del CdA aziendale che, il 14 novembre, ha annunciato l'intenzione
di fare ricorso al Tar della Lazio. Per far luce sull'intera
occorre risalire al referendum del 1995, quando il paese esprimeva
voto favorevole alla privatizzazione della Rai, in linea con
le scelte del parlamento di allora che vedeva di buon occhio
l'apertura al capitale privato. Per far questo era necessario
creare società e divisioni per aree di attività all'interno
dell'azienda, finanziate da investimenti esterni. Progetto
questo già presente nel programma del governo Ciampi, in carica
nel 1992, che disegnava la nascita di società consociate alla
Televisione di Stato, tutelata però dal mantenimento per legge,
di una quota mai inferiore al 51%. Esperimento peraltro non
estraneo ad altre realtà europee. Già in Inghilterra, la BBC,
interamente finanziata dal canone pubblico, aveva ceduto le
sue "torri", "tower business" in gergo, alla stessa Crown
Castle partner di Raiway. Qui il servizio pubblico sforava
il tetto di cessione del 51%, assicurandosi con una clausula,
il potere di riscattare gli impianti in casi di emergenza.
Simili esperimenti di fusione tra pubblico e privato nella
televisione si trovano anche in Spagna e Germania. Nel rispetto
della trasparenza la gara per l'assegnazione del 49% di Raiway,
proseguiva dunque, sotto l'occhio vigile di due advisor, uno
per la parte legale e uno per la parte finanziaria (la MaryLinch).
L'operazione veniva monitorata passo passo. Su otto società
interessate all'affare, nello sprint finale avevano la meglio:
la francese TDF (telediffusione di Francia) e la texana Crown
Castle. A questo punto la gara diventava interessante. Raiholding,
chiedeva un parere di convenienza alla Anderson Consulting
che stimava il valore totale della società tra i 950 e i 1.300
miliardi di lire. Alla fine di una guerra all'ultimo rilancio,
la spuntava la texana che offriva 800 miliardi lordi per il
49% di Raiway valutando dunque il valore della società in
1.600 miliardi. Un colpo da capogiro per la Rai che otteneva
l'autorizzazione preventiva del ministro delle comunicazioni
Cardinale. Tutto sembrava pronto per giungere alla conclusione
ma, le elezioni imminenti suggerivano di posticipare l'operazione.
Così l'affare sfumava e al risveglio l'arrivo di Gasparri
esprimeva parere negativo all'accordo Raiway-Crown Castle.
E' Vittorio Emiliani, consigliere del CdA, a raccontare la
cronaca di questi ultimi giorni. "Il Ministro Gasparri ha
chiesto carte e documenti. Solo richieste - tiene a sottolineare
- Non ci sono mai stati incontri specifici sul tema, ma solo
sulla Rai in generale". Ma che dopo il cambio alla testa del
ministero non tirasse un buon vento per il CdA Rai, era già
nell'aria prima del fatidico 26 ottobre. Dalla polemica sul
canone con il veto posto da Gasparri ai possibili aumenti,
fino al "no" alla modifica dei tetti pubblicitari, si capì
subito che tra CdA e Ministero non correva buon sangue. Il
CdA si schiera contro la scelta "personale" del Ministro ("Non
è una decisione collegiale del Consiglio dei ministri, ma
è una decisione del ministro", così il titolare del Ministero
delle Comunicazioni nella lettera a Cappon), e soprattutto,
contesta le ultime righe del comunicato "Nessuna operazione
potrà essere fatta senza autorizzazione". Per il CdA un atto
di sfida che penalizza un'azienda, la Rai, alla quale si richiede
competitività e dinamismo falciando poi di fatto ogni iniziativa
rivolta in tal senso. Il rifiuto, secondo Emiliani, ignora
anche l'espressione del voto popolare. Niente privatizzazioni
controllate, niente risorse in più per l'azienda. Una politica
contraddittoria che a parole spinge per un servizio pubblico
rigenerato dall'ingresso di capitali privati, sempre soitto
la soglia del 50%, e dall'altra stronca il salto di qualità.
Ma il ministro è fermo e considera il futuro della Rai impregiudicato:
"Ritengo che la Rai valga di più dopo questa decisione che
ha impedito un errore tragico. Il si sarebbe stato un colpo
alle spalle della Rai".
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