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Sfuma l'accordo tra Raiway e la società texana Crown Castle

Gasparri dice "no", il CdA ricorre al Tar

Vittorio Emiliani: "La Rai non può essere competitiva senza l'ingresso dei privati"

di Arianna Ugolini

Non poteva trovare un accomodamento tra le parti in tempi brevi, il muro contro muro che oppone il consiglio di amministrazione della Rai al Ministro delle Comunicazioni Gasparri. Il pomo della discordia: la vendita del 49% di Raiway, la società che gestisce gli impianti di diffusione e trasmissione della tv di stato, alla texana Crown Castle Il 26 ottobre, ad accordo raggiunto, con il "business plan" già formulato, è arrivato il "no" del ministro che ha bloccato l'intera operazione considerandola una "svendita" e ritenendola non conforme ai patti parasociali. Decisione che ha suscitato un vespaio di polemiche e l'insurrezione del CdA aziendale che, il 14 novembre, ha annunciato l'intenzione di fare ricorso al Tar della Lazio. Per far luce sull'intera occorre risalire al referendum del 1995, quando il paese esprimeva voto favorevole alla privatizzazione della Rai, in linea con le scelte del parlamento di allora che vedeva di buon occhio l'apertura al capitale privato. Per far questo era necessario creare società e divisioni per aree di attività all'interno dell'azienda, finanziate da investimenti esterni. Progetto questo già presente nel programma del governo Ciampi, in carica nel 1992, che disegnava la nascita di società consociate alla Televisione di Stato, tutelata però dal mantenimento per legge, di una quota mai inferiore al 51%. Esperimento peraltro non estraneo ad altre realtà europee. Già in Inghilterra, la BBC, interamente finanziata dal canone pubblico, aveva ceduto le sue "torri", "tower business" in gergo, alla stessa Crown Castle partner di Raiway. Qui il servizio pubblico sforava il tetto di cessione del 51%, assicurandosi con una clausula, il potere di riscattare gli impianti in casi di emergenza. Simili esperimenti di fusione tra pubblico e privato nella televisione si trovano anche in Spagna e Germania. Nel rispetto della trasparenza la gara per l'assegnazione del 49% di Raiway, proseguiva dunque, sotto l'occhio vigile di due advisor, uno per la parte legale e uno per la parte finanziaria (la MaryLinch). L'operazione veniva monitorata passo passo. Su otto società interessate all'affare, nello sprint finale avevano la meglio: la francese TDF (telediffusione di Francia) e la texana Crown Castle. A questo punto la gara diventava interessante. Raiholding, chiedeva un parere di convenienza alla Anderson Consulting che stimava il valore totale della società tra i 950 e i 1.300 miliardi di lire. Alla fine di una guerra all'ultimo rilancio, la spuntava la texana che offriva 800 miliardi lordi per il 49% di Raiway valutando dunque il valore della società in 1.600 miliardi. Un colpo da capogiro per la Rai che otteneva l'autorizzazione preventiva del ministro delle comunicazioni Cardinale. Tutto sembrava pronto per giungere alla conclusione ma, le elezioni imminenti suggerivano di posticipare l'operazione. Così l'affare sfumava e al risveglio l'arrivo di Gasparri esprimeva parere negativo all'accordo Raiway-Crown Castle. E' Vittorio Emiliani, consigliere del CdA, a raccontare la cronaca di questi ultimi giorni. "Il Ministro Gasparri ha chiesto carte e documenti. Solo richieste - tiene a sottolineare - Non ci sono mai stati incontri specifici sul tema, ma solo sulla Rai in generale". Ma che dopo il cambio alla testa del ministero non tirasse un buon vento per il CdA Rai, era già nell'aria prima del fatidico 26 ottobre. Dalla polemica sul canone con il veto posto da Gasparri ai possibili aumenti, fino al "no" alla modifica dei tetti pubblicitari, si capì subito che tra CdA e Ministero non correva buon sangue. Il CdA si schiera contro la scelta "personale" del Ministro ("Non è una decisione collegiale del Consiglio dei ministri, ma è una decisione del ministro", così il titolare del Ministero delle Comunicazioni nella lettera a Cappon), e soprattutto, contesta le ultime righe del comunicato "Nessuna operazione potrà essere fatta senza autorizzazione". Per il CdA un atto di sfida che penalizza un'azienda, la Rai, alla quale si richiede competitività e dinamismo falciando poi di fatto ogni iniziativa rivolta in tal senso. Il rifiuto, secondo Emiliani, ignora anche l'espressione del voto popolare. Niente privatizzazioni controllate, niente risorse in più per l'azienda. Una politica contraddittoria che a parole spinge per un servizio pubblico rigenerato dall'ingresso di capitali privati, sempre soitto la soglia del 50%, e dall'altra stronca il salto di qualità. Ma il ministro è fermo e considera il futuro della Rai impregiudicato: "Ritengo che la Rai valga di più dopo questa decisione che ha impedito un errore tragico. Il si sarebbe stato un colpo alle spalle della Rai".

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