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Reporters Sans Frontières propone dal 1989 l'adozione di giornalisti incarcerati solo per aver detto la verità

Libertà di stampa senza frontiere

Hanno aderito 130 testate: una sola italiana


di
Simona Manna


"Adotta un giornalista", questo recita la campagna di Reporters Sans Frontières. Può sembrare una novità assoluta, tra l'altro anche bizzarra. Non lo è.

I giornalisti sono una categoria che paga molto caro il prezzo di dire la verità. Soprattutto in certi paesi. Le cifre del 2000 parlano di 329 arrestati e 26 uccisi; da questi numeri si capisce quanto sia necessaria l'adozione per aiutare il giornalista a uscire dal carcere o i familiari a sapere la verità di una scomparsa misteriosa.
Questa proposta esiste dal 1989 ma qui in Italia i mezzi di informazione sono sordi a queste iniziative e solo Internazionale ha aderito.

Cosa significa esattamente adottare un giornalista? Ovviamente la richiesta è indirizzata a testate giornalistiche, radio, televisioni, che hanno il potere di diffondere le notizie che riguardano il reporter e rinnovarle continuamente. Gli impegni sono:

  1. parlare del giornalista nella giornata mondiale della campagna di adozione
  2. citare il caso ogni volta che si annuncia una notizia che riguarda il paese dove il giornalista è stato arrestato
  3. fare attività di sensibilizzazione con i propri lettori
  4. mantenere i contatti con i familiari, per aiutarli ad avere notizie del proprio parente
  5. sostenere pressioni continue contro il governo che imprigiona il giornalista

Non vengono chiesti soldi, dunque. Non si deve pagare nessun conto corrente. Solo se si vuole, se si è estremamente generosi, si può contribuire per un fondo di solidarietà per i giornalisti in carcere, che serve per sostenere le spese legali.

Sono venti i paesi nel mondo che hanno aderito, per un totale di 130 mezzi di informazione. Tantissimi in Europa. Uno solo in Italia. Perchè? Questione di insensibilità? Sembra strano. Scarsa fiducia nella validità dell'iniziativa? Impossibile, su 100 giornalisti adottati in questi undici anni, più della metà oggi sono liberi. Non solo grazie a questa iniziativa, ma anche grazie a questa.

L'unico deterrente, dunque, è la fatica. Perché è faticoso affrontare delle notizie "scomode", è difficile sacrificare spazio per fatti poco popolari, e soprattutto è noioso aggiornarsi quotidianamente sulle condizioni di un collega sconosciuto perso in chissà quale carcere lontano.

L'associazione RSF non si arrende, e continua la sua campagna, una delle tante. I giornalisti attualmente in carcere sono 77, disseminati tra i vari paesi in cui le libertà di stampa e di opinione sono un'utopia: Cuba, Congo, Birmania, Iran, Afghanistan. In Iran, 10 giornalisti sono stati condannati a pene detentive, che vanno dai 4 ai 10 anni, per aver partecipato a una conferenza tenuta a Berlino il 7 e 8 aprile del 2000 sul tema "L'Iran dopo le elezioni". A Cuba, il giornalista Jesus Joel Diaz Hernandez è stato condannato a 4 anni di carcere con l'accusa di essere un "pericolo sociale", perchè il suo comportamento era "in evidente contrasto con le norme della morale socialista". Per fortuna ora è stato liberato grazie anche alla campagna di RSF, ma altri due giornalisti sono ancora in carcere.

Molto resta ancora da fare, dunque, affinchè le libertà di stampa e di opinione siano preservate, così come recita l'articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell'Uomo.

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(29 gennaio 2001)

   

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