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Crollo delle Borse: è anche colpa dei giornali? Un dibattito importato dall'America

Saldutti, Corsera: "Rispettare l'etica"

Gli antidoti: più pezzi di servizio, controllo delle fonti e massima attenzione

di Michele Neri

Può la stampa economica essere considerata tra i responsabili del crollo delle Borse mondiali? In America, evidentemente, sì. E' stato un pezzo di Ennio Caretto sul Corriere a portare alla luce il problema. Caretto ha ripreso un dibattito tra media e "guru" di Wall Street: i primi accusavano i secondi di aver illuso la nazione promettendo fortune grazie alla valutazione dei titoli telematici, i guru invece hanno sostenuto che la stampa ha mancato a un suo dovere non avendo suggerito prudenza ai risparmiatori. E un giornalista della Bloomberg, Christopher Byron, ha detto al Washington Post che "I media hanno sbagliato due volte, prima trasformando i guru in idoli intoccabili, poi non evidenziando che le banche d'investimento che caldeggiavano le dot com (le società tecnologiche) erano loro legate da complessi intrecci finanziari". Sempre dalla colonne del quotidiano di via Solferino, Gaspare Barbiellini Amidei ha spiegato che analisi non veritiere ma "veridittive" (cioè che danno l'impressione di essere esatte oltre ogni possibilità di controllo del lettore) possono causare spinte psicologiche in coloro che investono nei mercati azionari.

"Credo che le accuse ai giornali siano infondate - spiega Nicola Saldutti della redazione economia del Corriere della Sera - e che invece tutto dipenda dal clima che si viene ad instaurare: se il mercato guadagna tutto va bene, se scende scatta la caccia al colpevole, e anche i giornali finiscono sotto accusa". Tanto più negli Stati Uniti, dove la fase di rialzo della Borsa, iniziata nel '91 con il boom dei titoli telematici, sembra finita. Il Nasdaq (l'indice telematico di Wall Street) è infatti sceso ai minimi storici, passando dai 5000 punti dei momenti più felici ai 1782 di lunedì. Appare dunque chiaro che in un'epoca come questa, il giornalismo economico assume un ruolo centrale nel mondo della comunicazione e che la soglia di attenzione dei suoi operatori deve essere altissima. Molti risparmiatori, infatti, utilizzano i giornali come bussola in mezzo a un mare dove è difficile orientarsi. "Vero - afferma Saldutti - soprattutto se si pensa che fino a poco tempo fa il 99% del capitale investito finiva in Bot, mentre ora un milione di miliardi di lire si sposta in Borsa".

Quale deve essere allora il ruolo del giornalismo economico? "Sicuramente non quello di consulenti finanziari. Bisogna invece tentare di accompagnare i risparmiatori in due modi. Primo: raccontare i fatti. Secondo: completare l'informazione con articoli di servizio che diano le spiegazioni. Se, come è successo, la new economy guadagna il 30-40%, non possiamo mettere la sordina, ma bisogna spiegare ai lettori il perché di una determinata successione di fatti e metterli al corrente dei rischi". I giornali devono dunque fornire un'informazione completa. Ma chi informa i giornali in maniera completa e, soprattutto, veritiera in un campo dove l'interesse delle fonti è così alto? "Il controllo delle fonti - spiega Saldutti - è il dogma di ogni giornalista, è il principale impegno professionale. In questo, non ci sono differenze. Certo, se scriviamo che sta per essere formalizzato un accordo tra due società, e poi ciò non avviene, commettiamo un errore. Ma in questo ci aiutano le nuove normative della Consob (l'organo che vigila sulle attività di Borsa) sull'informazione. I prospetti informativi devono essere chiari e contenere tutte le informazioni, dai collocamenti al bilancio. Direi proprio che uno dei nostri problemi maggiori è fare una selezione dell'enorme quantità di dati a disposizione".

Barbiellini Amidei ha scritto che "le collezioni dei grandi quotidiani economici americani dell'anno 2000, sfogliate nel 2001, sembrano una Spoon River di Wall Street, un cimitero afflitto di piccole e grandi previsioni finanziarie sbagliate. A seguire gli esperti, molte volte ci si poteva giocare un patrimonio". Da cosa è dipeso? "Gli analisti finanziari - spiega ancora Nicola Saldutti - hanno dovuto inventarsi dei parametri per valutare le nuove dinamiche. Per esempio il rapporto prezzo/utili, che se era alto faceva diventare care le società. C'erano, e ci sono, difficoltà nuove nell'interpretazione di una realtà che non si conosce. E' una grossa debolezza e si commettono molti errori".

 

(4 aprile 2001)

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