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Può la stampa economica essere considerata tra i responsabili
del crollo delle Borse mondiali? In America, evidentemente,
sì. E' stato un pezzo di Ennio Caretto sul Corriere
a portare alla luce il problema. Caretto ha ripreso un dibattito
tra media e "guru" di Wall Street: i primi accusavano
i secondi di aver illuso la nazione promettendo fortune grazie
alla valutazione dei titoli telematici, i guru invece hanno
sostenuto che la stampa ha mancato a un suo dovere non avendo
suggerito prudenza ai risparmiatori. E un giornalista della
Bloomberg, Christopher Byron, ha detto al Washington Post
che "I media hanno sbagliato due volte, prima trasformando
i guru in idoli intoccabili, poi non evidenziando che le banche
d'investimento che caldeggiavano le dot com (le società
tecnologiche) erano loro legate da complessi intrecci finanziari".
Sempre dalla colonne del quotidiano di via Solferino, Gaspare
Barbiellini Amidei ha spiegato che analisi non veritiere ma
"veridittive" (cioè che danno l'impressione
di essere esatte oltre ogni possibilità di controllo
del lettore) possono causare spinte psicologiche in coloro
che investono nei mercati azionari.
"Credo che le accuse ai giornali siano infondate - spiega
Nicola Saldutti della redazione economia del Corriere della
Sera - e che invece tutto dipenda dal clima che si viene ad
instaurare: se il mercato guadagna tutto va bene, se scende
scatta la caccia al colpevole, e anche i giornali finiscono
sotto accusa". Tanto più negli Stati Uniti, dove
la fase di rialzo della Borsa, iniziata nel '91 con il boom
dei titoli telematici, sembra finita. Il Nasdaq (l'indice
telematico di Wall Street) è infatti sceso ai minimi
storici, passando dai 5000 punti dei momenti più felici
ai 1782 di lunedì. Appare dunque chiaro che in un'epoca
come questa, il giornalismo economico assume un ruolo centrale
nel mondo della comunicazione e che la soglia di attenzione
dei suoi operatori deve essere altissima. Molti risparmiatori,
infatti, utilizzano i giornali come bussola in mezzo a un
mare dove è difficile orientarsi. "Vero - afferma
Saldutti - soprattutto se si pensa che fino a poco tempo fa
il 99% del capitale investito finiva in Bot, mentre ora un
milione di miliardi di lire si sposta in Borsa".
Quale deve essere allora il ruolo del giornalismo economico?
"Sicuramente non quello di consulenti finanziari. Bisogna
invece tentare di accompagnare i risparmiatori in due modi.
Primo: raccontare i fatti. Secondo: completare l'informazione
con articoli di servizio che diano le spiegazioni. Se, come
è successo, la new economy guadagna il 30-40%, non
possiamo mettere la sordina, ma bisogna spiegare ai lettori
il perché di una determinata successione di fatti e
metterli al corrente dei rischi". I giornali devono dunque
fornire un'informazione completa. Ma chi informa i giornali
in maniera completa e, soprattutto, veritiera in un campo
dove l'interesse delle fonti è così alto? "Il
controllo delle fonti - spiega Saldutti - è il dogma
di ogni giornalista, è il principale impegno professionale.
In questo, non ci sono differenze. Certo, se scriviamo che
sta per essere formalizzato un accordo tra due società,
e poi ciò non avviene, commettiamo un errore. Ma in
questo ci aiutano le nuove normative della Consob (l'organo
che vigila sulle attività di Borsa) sull'informazione.
I prospetti informativi devono essere chiari e contenere tutte
le informazioni, dai collocamenti al bilancio. Direi proprio
che uno dei nostri problemi maggiori è fare una selezione
dell'enorme quantità di dati a disposizione".
Barbiellini Amidei ha scritto che "le collezioni dei
grandi quotidiani economici americani dell'anno 2000, sfogliate
nel 2001, sembrano una Spoon River di Wall Street, un cimitero
afflitto di piccole e grandi previsioni finanziarie sbagliate.
A seguire gli esperti, molte volte ci si poteva giocare un
patrimonio". Da cosa è dipeso? "Gli analisti
finanziari - spiega ancora Nicola Saldutti - hanno dovuto
inventarsi dei parametri per valutare le nuove dinamiche.
Per esempio il rapporto prezzo/utili, che se era alto faceva
diventare care le società. C'erano, e ci sono, difficoltà
nuove nell'interpretazione di una realtà che non si
conosce. E' una grossa debolezza e si commettono molti errori".
(4 aprile 2001)
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