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Una macchina fotografica
nel convento

di Andrea Tempestini

 

Intervista a Giuseppe Angeli,
che nel 1995 riuscì a entrare
nel convento di Santa Caterina
e a raccontarlo, per la sua tesi, con le fotografie. Nel libro,
"Un seme in una serra di fiori" (Lalli editore, 2008), narra
il periodo che visse a contatto
con le suore, le sue emozioni
e le sue sensazioni


Folgorato da un fotogramma, dall’immagine di una suora dietro una finestra. E’ nato così il desiderio di un lavoro, di una tesi fotografica per raccontare il Monastero di Santa Caterina e la vita delle suore di clausura. Giuseppe Angeli, in “Un seme in una serra di fiori” (Lalli Editore), narra gli otto mesi in cui, quattordici anni fa, ha potuto fotografare le stanze di un luogo segreto e mistico, un luogo in cui quasi nessuno può entrare.

Nel libro parla del suo sentimento religioso che, anni fa, era tiepido. Perché occuparsi di un convento?
«Non è stata una scelta razionale, ho seguito un impulso. Quest’esperienza ha accresciuto la mia religiosità e mi ha portato a vedere le cose in modo differente: doveva essere solo una tesi, ma è stato un periodo che mi ha cambiato. Desideravo fino in fondo documentare un luogo impenetrabile, ma era difficile lavorare al meglio e per questo soffrivo. Sono stato uno dei pochi ragazzi, forse l’unico, a poter entrare là dentro: non potevo perdere quell’occasione.»

Come ha conquistato la fiducia delle suore?
«Ho fatto quello che dovrebbero fare tutti: ho presentato me stesso per quello che ero.»

Ed è stato accettato?
«Non subito. All’inizio ero molto impaurito, mi sentivo osservato. Mi studiavano di continuo, i gesti e le parole: ogni momento era un esame. Ma non voglio che si colga un senso negativo in questa frase: trovo corretto che chi chi ha scelto la clausura voglia sapere chi tu sia, cosa fai, cosa vuoi, perché sei entrato nel loro mondo.»

Si sentiva in soggezione?
«Certo, direi proprio di sì.»

Aveva forse sconvolto un antico equilibrio?
«Sicuramente avevo inciso sulla loro quotidianità, ma sconvolto non è il termine più adatto. Il fatto che ci fosse una persona esterna cambiò le loro abitudini proprio perché - fra molte virgolette - ero spiato, continuamente osservato: attiravo la loro attenzione.»

Le suore la hanno anche chiamata per fotografare il giuramento di una novizia. Pensa di avere avvicinato, almeno un po’, il convento al mondo che ne sta fuori?
«Non penso, e poi avevo tutt’altra intenzione. Posso solo dire di essere stato fortunato: c’è stata la volontà di qualcuno di farmi entrare e raccontare quel luogo. Sono fra i pochissimi che hanno potuto fare un lavoro del genere: non molti sanno cosa significhi varcare l’ingresso di un monastero.»

Qual è il principio fondamentale per una suora di clausura?
«Quello di obbedienza e di rispetto per il singolo. In un convento di clausura non vivono tredici o quattordici donne: sono una sola persona.»

Parla di quando varcava la porta d’ingresso del convento come di un passaggio in un altro mondo, idea indirettamente confermata da come descrive il momento della ricreazione, dove ha visto comportamenti che non si sarebbe aspettato.
«Sì, ho scoperto un’umanità diversa da quel che immaginavo e da quel che avevo sentito dire. Non mi aspettavo di vedere le suore cantare, giocare con la palla, fare cose semplici. Ogni esperienza nel convento per me è stata una crescita, come per un bambino che ogni giorno scopre qualcosa di nuovo.»

Pensa che fossero felici?
«Alla grande. Non lo penso, ne sono certo.»

Quanto la ha toccata quest’esperienza?
«Ne sono stato rapito. Se qualcuno potesse frequentarle, si renderebbe conto dell’attrazione quasi magnetica che esercitano quelle suore. Anzi, quelle donne.»

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