ABBAZIA DI BOBBIO

 

 

 

Colombano, monaco irlandese, giunge in Italia nell'anno 612 dopo aver fondato in Francia e nella regione dei Vosgi importanti centri monastici. A compenso della sua opera di mediazione tra la corte longobarda di Agilulfo e Teodolinda e la Sede apostolica, gli viene concesso di creare un nuovo centro monastico la cui collocazione sarà individuata a Bobbio, dopo un sopralluogo che vedrà la stessa Teodolinda raggiungere la vetta del monte Penice.

Colombano morirà dopo soli due anni di permanenza tra Bobbio e l'eremo di San Michele nella Curiasca di Coli. Gli succederà l'abate Attala (615-627) con il quale inizierà l'espansione economica e culturale del monastero di Bobbio, con la creazione di uno "scriptorium" di monaci dal quale prenderà forma una delle più preziose biblioteche dell'antichità, cui daranno un contributo fondamentale monaci irlandesi che introdurranno il loro peculiare stile di miniatura e un particolare sistema di abbreviature. Una delle più prestigiose realizzazioni della biblioteca bobbiense è certamente il "Glossarium Bobiense", una sorta di enciclopedia ante litteram redatta nel nono secolo.

Bobbio: cortile esterno dell'abbazia di San Colombano / CGIl monastero svolse anche un'importante attività economica sul suo vasto patrimonio fondario disseminato in varie regioni del Nord Italia, e ai monaci viene tradizionalmente attribuita una funzione civilizzatrice che forse ha assunto i connotati di mito storiografico, finendo per attribuire ai religiosi meriti civilizzatori tali da far presumere che prima del loro arrivo non vi fossero che selvaggi a popolare queste valli. A proposito di miti storiografici o teorie di dubbia attendibilità, è qui doveroso (lasciando ad ognuno l'onere di approfondire il tema e farsi una propria opinione) citare la presa di posizione critica recentemente espressa dai redattori del testo "I segni del tempo" [cit.] nei confronti dell'opinione degli storici Duilio Citi e Osvaldo Garbarino secondo i quali «l'entroterra appenninico, posto grosso modo fra la Scrivia e la Trebbia -- e qundi anche la val Borbera --, sarebbe stato caratterizzato dalla presenza "evangelizzatrice" e portatrice di "civiltà" dei monaci di san Colombano di Bobbio, che con il loro arrivo avrebbero connotato il territorio organizzandolo negli insediamenti abitativi ancora esistenti». Daniele Calcagno ritiene questa tesi certamente errata per la val Borbera, essendo questa stata interessata «da una profonda organizzazione territoriale certificabile almeno a partire dall'età Romana, protrattasi e articolatasi nel tempo, un assetto testimoniato anche dalla persistenza di toponimi di origine romana [...]. È comunque bene osservare -- continua lo storico -- che le abbazie e celle monastiche di val Borbera sorsero comunque in prossimità di quelle antiche strade che erano già attive [...] almeno dall'età Romana» [cit' / Calcagno. 2. 4-5].

Bobbio: abbazia di San Colombano / PFNonostante il fatto che anteriormente al controllo dell'abbazia bobiense il territorio delle Quattro Province presentasse un assetto insediativo già definito, la capillarità e l'importanza dell'influenza dell'abbazia bobbiense sull' intera area appare indiscutibile. La presenza monastica è infatti testimoniata a Vigoponzo, in val Borbera, con una cella dei monaci di san Colombano di Bobbio. La prima menzione del monastero di Vigoponzo (Vico Pontio) si trova in un documento con il quale Ludovico II, il 2 febbraio 865, «confermava all'abate di san Colombano di Bobbio il monasterium cum cellulis infra vallem in qua situm est consistentibus» [Calcagno. 2. 6]. Nella stessa valle, a Pobbio, sopra Cabella è documentato un vasto areale di beni dipendenti da San Pietro in Ciel d'Oro di Pavia; a Vendèrsi un'abbazia distrutta anteriormente al 946 e ricostruita in quegli anni dal vescovo conte di Tortona; a Sèmega e Magioncalda vi è traccia di due grange (aziende agricole e pastorali) dei monaci cistercensi di Rivalta Scrivia. Dopo Pobbio e Piuzzo, Vigoponzo è forse l'insediamento monastico più antico della media e alta val Borbera posto su una direttrice viaria che collegava la val Borbera con il Tortonese attraverso la val Curone.

I documenti analizzati dal Tacchella e dal Calcagno, con esiti differenti, portano alla luce l'esistenza, nel territorio di Dova, di un'"abbazia" di San Clemente, da non confondersi con la chiesa campestre omonima che sorge nei pressi del valico di San Fermo, quest'ultima attestata per la prima volta in un documento del 28 agosto 1206 [cit' / Calcagno. 2. 11]. All'abate Wala si devono le regole dell'835 nelle quali è menzionata la località di Cella, nei pressi di Varzi (valle Staffora), facente parte delle terre dipendenti dal monastero di Bobbio.

Con l'avvento dei Franchi e la caduta di Pavia nel 774, cominciò a scemare l'autonomia amministrativa del monastero di Bobbio che diviene un feudo imperiale a tutti gli effetti perdendo la sua indipendenza decisionale nella nomina dell'abate. Tuttavia per tutto il secolo 9' il monastero conobbe ancora una fase di prosperità con gli abati Wala, cugino e consigliere di Carlo Magno, e successivamente Agilulfo, di origine longobarda, sotto il cui abbaziato lo scrittoio di Bobbio produce importanti codici come il Glossarium Bobiense.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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