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“Particolato atmosferico e diffusione del SARS-CoV-2: ipotesi, non certezze”

Comunicato stampa pubblicato il giorno 28/04/2020

Umberto Giostra e Michela Maione, docenti di Fisica e di Chimica dell’atmosfera, fanno il punto sul rapporto tra inquinamento e pandemia:

Nelle ultime settimane l’attenzione di buona parte della comunità scientifica si è focalizzata su questioni collegate all’epidemia da SARS-CoV-2. I media danno risalto quasi quotidianamente a studi più o meno preliminari sull’argomento. In una situazione di emergenza come quella attuale, si verifica un allentamento dei processi di peer review (revisione paritaria o valutazione tra pari), cui normalmente sono sottoposti gli articoli scientifici prima della pubblicazione su riviste specializzate. Questo comporta il rischio che si possa assistere ad un proliferare di studi che presentano risultati plausibili, ma non sostenuti da una statistica sufficientemente robusta.

Nemmeno la comunità delle scienze dell’atmosfera si è sottratta a questo rischio. Dallo scoppio della pandemia ad oggi sono infatti comparsi diversi articoli, anche redatti da gruppi di ricerca molto prestigiosi, nei quali vengono messi in relazione i livelli di inquinanti atmosferici (gas o particolato) e il numero dei contagi da SARS-CoV-2, studi questi che hanno interessato le zone maggiormente colpite dall’epidemia, incluso il nord Italia. Poiché i processi che sottendono l’esposizione della popolazione all’inquinamento atmosferico sono già di per sé piuttosto complessi, è alta la possibilità di fraintendimenti, anche da parte degli organi di stampa che riprendono e divulgano i contenuti di questi studi.

È un dato accettato che il particolato atmosferico, specialmente la frazione con diametro inferiore a 2.5 micron (PM2.5), sia responsabile di 420.000 morti premature all’anno in Europa, delle quali 58.000 in Italia (EEA, 2019)(1). I danni derivanti dall’esposizione al PM 2.5 riguardano essenzialmente gli apparati respiratorio e cardiovascolare, gli stessi interessati da COVID-19, la malattia che si sviluppa in seguito ad esposizione a SARS-CoV-2.  Una popolazione maggiormente affetta da questo tipo di patologie è quindi a rischio di sviluppare una forma più grave di COVID-19. Ne deriva che l’esposizione all’inquinamento atmosferico può, verosimilmente, contribuire ad aumentare la vulnerabilità della popolazione al COVID-19.

Potrebbe invece essere più azzardato stabilire una correlazione diretta tra i livelli di particolato atmosferico osservati ed il numero di casi di COVID-19 verificatisi in nord Italia nel mese di Marzo 2020. Questa ipotesi, descritta recentemente in un articolo attualmente in pre-print(2), si basa su un approccio che nel passato ha mostrato alcune evidenze importanti ed è pertanto plausibile. Tuttavia sarebbe auspicabile un’analisi più accurata, possibilmente supportata da un data base più solido, che prenda in considerazione un periodo più lungo e altre variabili rilevanti. Questo allo scopo di escludere e/o quantificare il ruolo di tutti gli altri fattori (densità di popolazione, numero di contatti, così come livelli di altri inquinanti, ecc.) che potrebbero presentare ugualmente alte correlazioni con il numero dei contagi.

Gli autori di questo studio hanno recentemente presentato ulteriori risultati a supporto della loro ipotesi: si tratta della conferma sperimentale della presenza dell'RNA del SARS-CoV-2 in “12 su 34 campioni di PM10 in aria ambiente di siti industriali della provincia di Bergamo, raccolti con due diversi campionatori d'aria per un periodo continuativo di 3 settimane, dal 21 febbraio al 13 marzo” (3). Gli autori precisano di non poter affermare che il virus presente nel PM10 sia in grado di provocare l’infezione (in effetti, nel particolato sono sempre trovate tracce di svariati virus, spesso inattivi), ma certamente questo tipo di indagine merita un approfondimento.

La comunità scientifica ha in sé gli anticorpi (per restare in tema) per affrontare le nuove ipotesi che via via vengono formulate in ogni campo, attraverso il processo condiviso, a volte lento, quasi sempre efficace, di peer review.

Quindi, mentre sta ancora aspettando conferme più solide per stabilire la relazione tra particolato e virus, il mondo della ricerca può intanto attivarsi per possibili applicazioni utili nella gestione della temuta seconda ondata autunnale. Ad esempio, la concentrazione di SARS-CoV-2 nell’aria potrebbe in futuro essere utilizzata come un indicatore dell’intensità della diffusione del virus nel sito analizzato. 

A nostro avviso, può invece essere preoccupante e fuorviante, la tendenza dell’opinione pubblica a cercare risposte, preferibilmente immediate, e ad accettare le notizie, preferibilmente eclatanti. I social, nella loro quasi totalità, sguazzano in questo terreno melmoso e scivoloso, mentre qualche giornalista tenta di offrire in maniera critica l’informazione (cfr. Gianmario Verona, “Il ruolo della scienza: fatti distinti dalle opinioni”, Corriere della Sera, 25/4/2020).

Riassumendo, la relazione causa-effetto tra particolato atmosferico e SARS-CoV-2 è una stimolante linea di ricerca che deve ancora superare il vaglio di controlli più approfonditi. Per noi, a scanso di equivoci, continua a valere il motto (citato anche dallo stesso Verona) “in God we trust, all others  bring evidence” (Colin Hill, 2012)(3).

  1. European Environment Agency, “Health impacts of air pollution”.
  2. “The potential role of particulate matter in the spreading of COVID-19 in Northern Italy: first evidence-based research hypotheses”. Pre-print disponibile al seguente link: https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.11.20061713v1.
  3. Comunicato stampa SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale), 24/04/2020.
  4. Colin Hill, Forbes, 11/04/2012.

Michela Maione - michela.maione@uniurb.it

Umberto Giostra – umberto.giostra@uniurb.it

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